Il Maso fu pronto a cogliere quella dolorosa occasione. Tanto è vero che tutto il male non vien per nuocere.
—Oh insomma!—gridò egli, voltandosi, tra piagnoloso e stizzito.—Che è ciò? Son forse un cane, da pigliarmi a pedate? Non voglio andare più oltre; voglio parlare a quell'uomo delle bombarde.
—Quell'uomo!—sclamò il Tanaglino, mentre raddoppiava la dose,—Messer Anselmo Campora, il capo dei bombardieri della repubblica, tu lo chiami quell'uomo?
—Sicuro!—rispose il prigioniero, cansandosi.—Lo chiamavo quell'uomo; ma ora che tu m'hai detto il suo nome, lo chiamerò come va.—
E alzata la voce, mentre, inseguito dal Tanaglino, correva alla volta delle artiglierie, si messe a gridare con quanto fiato ci aveva in corpo:
—Messere Anselmo! ohè; messere Anselmo, di grazia!—
Il Picchiasodo volse la faccia da quel lato, non senza un tal po' di malumore, perchè appunto allora stava mettendo una zeppa di legno sotto la tromba della signora Ninetta, per alzarne un tratto la mira.
—Che c'è? chi mi chiama?—gridò egli con piglio impaziente.
—Son io, messere Anselmo; non mi conoscete?
—Io! persona, prima;—borbottò il Picchiasodo;—e che altro sei tu?