Non c'era da scherzare; egli, il Maso, umilissimo soldato, pur dianzi ragazzo d'osteria, ci aveva in corpo un segreto da cui dipendeva la sorte della sua terra. E non importa il dire che si trattava piuttosto del marchese del Carretto e della sua discendenza; coteste distinzioni il Maso non la conosceva, e se le avesse conosciute, di certo le avrebbe lasciate ai curiali dei suo tempo, e ai politiconi di là da venire.

Ora, che doveva egli fare? Svignarsela dal campo nemico, per dar l'avviso nel Borgo? Questo era un punto difficile; ma il nostro giovinotto non ci vedeva niente d'impossibile. Ci avrebbe pensato, e al postutto, avrebbe tentato. Ma egli non poteva ancora pensarci; ma egli non sapeva ancor tutto. Aveva capito che nel Borgo c'era una fazione avversa ai signori del luogo e al proseguimento della guerra; aveva capito che il Sangonetto e lo Sturlino, il Marchelli e il Battaglia, il Giudice e il Valle, il Campi, il Cavazzola e il Bardineto, congiuravano per dare la terra ai genovesi. Ma ciò non bastava ancora. In che modo contavano essi di darla? Questo era il busilli; questo bisognava sapere; e per saper questo bisognava tornare laggiù contro l'assito della capanna, ad origliare la conversazione del Sangonetto col Campora.

Come venirne a capo? A tornar là, ci risicava la vita; e questo sarebbe stato il meno, per un ragazzo animoso com'egli, se, risicando la vita, non avesse anche risicato di non portare più niente all'orecchio degli assediati. Ci voleva dunque giudizio ed audacia, audacia e giudizio, due cose che tra gli uomini, come tra i popoli, sogliono andare così poco d'accordo.

Il Maso ci si provò. Quello che l'esperienza il più delle volte non dà, lo aspettava egli dalla fortuna. Era giovine, e la fortuna li ama, questi benedetti giovani. Suvvia, dunque; il Maso si tolse di dietro al carro, non senza aver dato una prudente sbirciata per mezzo alle ruote, e con passo leggiero, ma in apparenza sbadato, colle mani in tasca e gli occhi in guardia, andò incontro al pericolo.

Mai volpe vecchia s'accostò più guardinga al pollaio insidiato, di quello che il ragazzo dall'Altino a quella baracca di legno, in cui si patteggiavano le sorti del suo luogo natale. Egli voleva esser pronto ad apparire in atto di chi torni da una passeggiata, e per moto di prudenza istintiva tenea corrugate le labbra e dondolava la testa per zufolare in cadenza; ma il fiato lo chiudeva per bene tra i denti, poichè, se gli venia fatto, voleva udire, non essere udito.

Così infatti gli avvenne. Non ho detto che la fortuna ama i giovani?

Anselmo Campora data la sua scorsa nei pressi della capanna, aveva bandito per allora ogni sospetto e la conversazione proseguiva più calda che mai.

—Già,—diceva il Sangonetto, quando il Maso riuscì a metter l'orecchio da un altro lato del tramezzo,—la condizione sarebbe di ucciderlo. Egli non consentirà a questi patti, se non gli si leva d'innanzi quel terzo incomodo.

—Ucciderlo!—notò il Maso tra sè,—Diavolo! Chi sarà costui che si condanna in tal modo, senza fargli il processo?—

Intanto il Picchiasodo rispondeva.