Bene andava egli mattina e sera col paggio del Picchiasodo ad attinger acqua in un pozzo, che era in una certa forra a tramontana, poco lunge dello steccato. Ma egli lavorava, e il paggio colla balestra stava a fargli la guardia, come fa l'aguzzino alla ciurma. Anselmo Campora, che non lo aveva veduto nella occasione del suo colloquio col Sangonetto, saputo com'egli fosse andato da solo a pisolare in un canto, aveva sgridato il paggio, ordinando che d'allora in poi non lo perdesse più d'occhio. Ospite sì, ma prigioniero, e certi riguardi non si dovevano smettere. Così fu tenuto alla lunga il falconetto dell'Altino; ed ebbe un bel beccarsi i geti e dar l'anima al diavolo; la sua inquietudine non gli fruttò che una vigilanza più stretta.

Il Sangonetto dopo essere andato dal capitano generale, non si era più visto nella baracca del Campora. Certo era rimasto in custodia della compagnia che lo aveva fatto prigione. Ma il terzo giorno ci fu gran novità nel campo, per dare un altro grattacapo al nostro povero Maso. Una scorribanda di cavalieri menava prigione entro il battifolle messer Giacomo Pico.

Pallido in volto come un cencio lavato, gli occhi stravolti e i capegli più rabbuffati del solito, messer Giacomo Pico avea l'aria d'un uomo a cui grandemente cuocesse di quella umiliazione, assai comune del resto agli uomini di guerra, la cui sorte è pur troppo di dare e di ricevere.

—O come è egli possibile che costui sia un traditore?— dimandò a sè stesso il Maso, vedendolo a passare, colla fronte china e livida di vergogna e di rabbia, in mezzo a un drappello di nemici.—Egli mi sembra un cavallo generoso che morde il freno e sbuffa e si ribella allo sprone.—

Intanto, si spargeva tra i crocchi la voce che il Bardineto, il braccio destro del marchese Galeotto, era stato preso, mentre, con un pugno di arditi cavalieri, tentava di attraversare la cerchia degli assediati, per riuscire sulla via di San Giacomo. L'imboscata in cui egli doveva cadere, era comandata da Giovanni di Trezzo.

Questo nome risvegliò i sospetti del Maso.

Giovanni di Trezzo! Ma questi era l'amico del Campora; l'uomo che egli volea condurre dal Fregoso, due giorni addietro, come capitano d'audacissime imprese, dopo la conversazione avuta col Sangonetto. E poi, che volea dire questa sequenza di prigionieri? Prima il Sangonetto; indi il Pico. Questa di certo non era l'opera del caso, bensì la conseguenza d'un patto fermato tra loro; che anzi, o non poteva il capitano generale, prima di pigliare per evangelio le parole del Sangonetto, aver voluto alla sua presenza il più ragguardevole tra tutti i congiurati?

Ma come? Il Sangonetto avea dunque potuto da lunge comunicare coi sozi? mandare un messaggio al Borgo, anzi a castel Gavone, dove abitava il Bardineto?

E a lui, Maso, non sarebbe riuscito di fare altrettanto? di fuggire dal campo genovese e portare in tempo un salutare avviso al castello?

Quel pensiero s'impadronì di lui, mentre, con una bigoncia in bilico sulla cervice, se n'andava per acqua al pozzo, accompagnato dal paggio aguzzino. Avviandosi per quella forra, che, come ho detto, era poco lunge dello steccato, il Maso guardava con desiderio infinito le sovrastanti colline, di cui conosceva, meglio delle capre, ogni sentieruolo, ogni ciglione, ogni solco. Quante volte non le aveva egli corse e ricorse da bambino, per cogliervi le viole mammole, o per tagliarsi un arco ne' pieghevoli rami dei frassini! E adesso, che brutto divario! Una bigoncia sul capo e una balestra minacciosa alle spalle.