Fattosi, alla bocca del pozzo, cavò di dentro alla bigoncia una secchia e cominciò ad attingere, secondo il costume di tutti i dì. Ma il povero Maso doveva quel giorno esser molto distratto, poichè, alla terza calata, gli scivolò di mano la corda, e tuffete, secchia e corda piombarono nell'acqua.
Il Maso, disperato, si messe le mani nei capegli, guardando con occhi lagrimosi ora nel pozzo, ora in volto al custode.
—Lasagnone!—gridò costui, a mala pena si accorse dal guaio.
—Scusate, Falamonica, non l'ho fatto a posta;— disse il Maso umilmente.
—Eh, non ci mancherebbe altro che tu l'avessi fatto a posta!—replicò il Falamonica, che così avea nome il paggio.—Va là, buono a nulla; per colpa tua si perderà un'ora di tempo, e le ripassate toccheranno a me.—
Frattanto si accostava al murello e guardava a sua volta nel pozzo.
—Ah, manco male!—soggiunse.—La secchia non ha bevuto e galleggia.
Ora dimmi, bertuccione; come faresti tu a cavarla dell'acqua?
—To'! disse il Maso.—La bocca del pozzo non è troppo larga; mi calo dentro, aiutandomi colle mani e coi piedi…
—E dai un tuffo anche tu, babuasso!—interruppe il Falamonica.—Il guaio non sarebbe dei grossi, per verità; ma tu potresti, nell'affogare, mandarmi al fondo la secchia. Per fortuna, il mio diavolo la sa più lunga del tuo. Stammi a vedere ed impara.—
Così dicendo, il Falamonica trasse di tasca la corda di ricambio della sua balestra; l'annodò con quell'altra, che aveva avuto cura di spiccare dai due capi del suo strumento di guerra, e v'adattò in fondo il crocco, che era il gancio del martinello con cui si caricavano le balestre, e serviva a tender la corda fino a quel punto del fusto, o teniere, che dir si voglia, dove s'incoccava la freccia.