—Eccomi qua! diss'egli di rimando.
E poste le palme contro le reni al nemico, gli dette un spianta gagliarda, che lo fe' andare a capo fitto nel pozzo.
—Tocca ora la secchia!—soggiunse.—Io tocco il cavallo.—
E lo toccò daddovero e lo fe' parere l'ippogrifo di Ruggero, quantunque e' non foss'altro che il modesto cavalluccio di san Francesco. Avea l'ali alle piante; saliva su per la collina, veloce come un ramarro, e non c'era pericolo che si voltasse indietro, per dare uno sguardo allo steccato di Pertica, e un saluto a quella baracca, nella quale aveva mangiato e bevuto per quattro.
—Gratitudine di ventre satollo!—doveva dire il Picchiasodo, più tardi.
CAPITOLO XIII.
Del giro che fece un segreto prima di uscire ad utile di qualcheduno.
L'ho detto; il Maso correva, volava come il dio Mercurio portalettere, o come Iride, messaggiera d'Olimpo. Se egli pare soverchio ardimento rassomigliarlo agli Dei, fo un passo indietro e lo imbranco tra gli eroi, rassomigliandolo ad Ettore, quando scappò davanti all'ira di Achille e prese più volte a tondo la misura di Troia. E se neppur questo vi torna, lo paragonerò… Ma, Dio buono, che grattacapi mi piglio? e che bisogno c'è egli di paragonarlo a qualcuno? Scappava, e basta.
Così dandola a gambe, giunse alle viste dell'erta su cui torreggiava il castello. Per altro, n'era ancora lontano un bel tratto, e gli bisognava passare sotto il tiro dello beltresche, e delle bicocche, guardiole di legno, rizzate su pali, donde le scolte avanzate velettavano il nemico.
Il suo apparire sull'erta fu prontamente notato, e un verettone, scagliato da mano maestra venne a fischiargli all'orecchio. Se in quel punto e' non avesse dovuto cansarsi da un sasso che attraversava il sentiero e perciò non si fosse tirato da banda, povero Maso! il suo segreto era morto con lui.