—Canchero!—esclamò egli, fermandosi tosto e guardando la beltresca più vicina, donde gli era venuto l'avviso.

E siccome la sua esclamazione ionadattica non gli sarebbe servita a nulla col soldato in vedetta, che probabilmente incoccava un secondo verrettone, il nostro Maso si affrettò ad alzar le mani e a raccomandarsi coi gesti, gridando con quanto fiato aveva in corpo:—San Giorgio e Carretto! Carretto e San Giorgio! Ohè, Finarino, così ricevi gli amici?—

Il soldato lo udì, e per fermo lo riconobbe eziandio, poichè fu sollecito a scendere la sua scaletta a piuoli.

Intanto il Maso si avvicinava di buon passo alla beltresca.

—Amici, perdio!—seguitava a gridare.—Sono il paggio di messer
Antonello da Montefalco, scampato or ora dalle ugne dei genovesi.

—Sì, ti ho riconosciuto, buona lana! Vien qua e ringrazia il cielo che la mia mano non ha più venticinque anni.

—Ah, siete voi, mastro Bernardo? Vedete un po' il tiro che avete risicato di fare! La m'è passata a una spanna dall'orecchio. Altro che venticinque anni! Per fortuna io m'ero gittato da una banda; se no, addio roba mia!

—Ma sì, ma sì, la mano mi serve ancora;—disse mastro Bernardo ridendo,—Credevo di averti fallato per colpa mia, e tu mi consoli, adesso. Vien qua, abbraccia il tuo vecchio principale, e raccontami, come hai potuto cavartela dalle granfie di quei figli di cani?

—Eh, potaste chiamarli cani addirittura, senza tanti rigiri!—notò il Maso, che voleva sempre dire la sua.—Tanto, non ci sentono, e l'ultimo di loro, con cui ho avuto a discorrere è troppo occupato a ber vino celeste.—

Qui il Maso, più brevemente che gli venne fatto, raccontò al suo vecchio principale il perchè e il percome della sua fuga dal battifolle di Pertica, cercando di ricordarsi tutte le frasi, chiare ed oscure, del Sangonetto, nel suo segreto abboccamento col Campora.