Giovanni di Trezzo, che sapea far queste cose per bene, s'inchinò profondamente e non aggiunse parola. Per altro, egli non poteva capacitarsi di non aver trovato il marchese nelle sue stanze. Lo scompiglio che si vedeva per la camera, gli dava sospetto bensì d'una fuga; ma da dove poteva esser fuggito il nemico?

Uno de' suoi soldati, tornando dall'anticamera, gli disse dell'inferriata rotta e delle lenzuola ancora sospese al davanzale.

—Ah, ah!—sclamò egli,—Il merlo è volato via. Ma la gabbia è nostra; questo è l'essenziale.—

E pensava, così dicendo, ai trecento scudi d'oro del sole che gli fruttava l'impresa.

Un alto fragore di combattenti, dall'altra parte dei castello, venne in quel punto a rompergli il filo dello sue meditazioni e a distoglierlo altresì dal pensiero di mandar gente sull'orme del fuggitivo.

Che c'era egli di nuovo? Laggiù si picchiavano di santa ragione. Ma d'onde erano sbucati i nemici? San San Giorgio e Carretto! San Giorgio e Fregoso! Eran questa le grida che cozzavano insieme, come le mazze e le spade, facendo un chiasso indiavolato.

—Vi pigli un canchero!—brontolò Giovanni di Trezzo.—Il premio sarebbe ancora in sospeso?…—

E lasciata la marchesana del Carretto in custodia a due uomini, corse colla sua gente dall'altra parte del castello, donde gli era giunto all'orecchio il fragor della pugna.

CAPITOLO XV.

Qui si racconta delle valentie di due sozi, i quali non erano Teseo a
Piritoo.