—Ah, sia lodato il Signore! Andate dunque. Essi giungono.—
E toltasi dalla finestra, la nobil donna corse nella sua camera, dove stette in attesa.
Frattanto i nemici, giunti all'appartamento del marchese, tempestavano l'uscio di colpi. A breve andare le imposte volarono in pezzi, fu rotta la sbarra che ci avea posta a ritegno lo scudiero, e Giovanni di Trezzo fu il primo a dar dentro, colla spada sguainata. Dietro a lui una frotta di uomini, le cui facce iraconde e le armi erano sinistramente illuminate dalla torbida fiamma di alcune torce a pugno, intrise di pece.
Giunto che fu nella camera, e veduta la marchesana del Carretto, che si alzava con piglio austero dal suo seggiolone per muovergli incontro, Giovanni di Trezzo si fermò sui due piedi, tolse la spada nella mano manca sotto l'impugnatura, e, mentre inchinava la fronte, stese la mano in atto di cortese saluto.
La marchesa rispose con un cenno del capo.
—Che chiedete, messere?—diss'ella poscia, con accento tranquillo.
—Potete argomentarlo, illustre signora;—rispose Giovanni di Trezzo.—Chiediamo del magnifico marchese Galeotto del Carretto, già signore del Finaro.
—Egli lo è sempre per diritto ereditario de' suoi maggiori;—replicò ella nobilmente.
—Non piatirò di titoli con voi. Son uomo di spada, non già di toga. So che il castello Gavone per opera mia appartiene ora alla repubblica genovese, e cerco il marchese Galeotto per condurlo prigione, com'egli terrebbe me, se la fortuna delle armi non mi avesse assistito. Del resto, non temete, madonna; siam cavalieri e ai prigioni e alle dame non sarà torto un capello.
—Vi credo, e commetto alla vostra lealtà di soldato tante povere donne che sono in vostra balìa. Il marchese Galeotto non è nel castello; statevi pago, messere, di aver prigione sua moglie.—