Messer Pietro tornò poco stante alle cure del comando; chè, preso il castello Gavone, non era già finita ogni cosa, ma bisognava tener salda la preda e provvedere in pari tempo alla sicurezza dell'esercito, contro ogni colpo disperato del Borgo.

Le precauzioni non erano inutili. Gente risoluta ce n'era in buon dato nel Borgo, anche dopo la partenza, voluta a forza un mese addietro dal marchese Galeotto, di messer Barnaba Adorno e degli altri della sua casa; ai quali, perchè fuorusciti di Genova e mortalmente odiati dai Fregosi, dovevasi risparmiare ad ogni costo il brutto quarto d'ora d'una resa, oramai preveduta da tutti. Rimanevano adunque nel Borgo i congiunti e i principali aderenti del marchese; e bene pensava messer Pietro, che, pigliato di sorpresa il castello, bisognasse assicurarsene il possesso, rafforzandolo con molta mano di soldatesche e sussidio d'artiglierie, prima che i difensori del Borgo fossero per riaversi dallo stupore.

Frattanto, il nostro bravo Giovanni di Trezzo conduceva madonna
Nicolosina, la madre e l'altre donne, a riparo nella chiesuola di San
Giorgio, che era dentro al castello, e colà usava ogni maniera di
cortesi trattamenti ad essa e agli altri ragguardevoli uomini di casa
Carretta, che erano stati colti in quella notte lassù.

Tra queste ed altre cure simiglianti, giunse il mattino, lieto per gli uni, doloroso per gli altri, siccome avviene pur troppo di tutti i giorni dell'anno. Anselmo Campora era già sulla spianata davanti al castello, per mettere in sesto la signora Ninetta ed alcune bombardelle tirate in fretta lassù dal battifolle di Pertica, mentre i soldati di Trezzo e i mastri di legname, sparsi nei dintorni, lavoravano ad asserragliare il poggio dalla parte del Borgo. Lavoro arrangolato e sollecito, poichè si temeva che da un momento all'altro potessero i finarini tentare un colpo disperato sull'erta.

—Aspettate;—diceva il Picchiasodo;—or ora manderemo a quegli ostinati una nespola del nostro orto, e saprà loro d'acerbo. A proposito, s'ha a far giustizia di quell'altro. Ohè, Falamonica, dov'è il prigioniero?

—Sotto chiave nei fondi del castello, come avete ordinato;—rispose il Falamonica, che i nostri lettori avranno creduto morto, laddove egli non aveva preso che un bagno freddo.

—Orbene, vallo a pigliare e portalo qua. Quell'altro ha già avuto il fatto suo dalla donna; al suo degnissimo sozio glielo daremo noi, in lire, soldi e danari.—

Poco stante, un drappello di soldati conduceva sulla spianata Tommaso Sangonetto, il prode Sangonetto, bianco il volto come un cencio lavato, e già più morto che vivo.

—Messer Pietro mi ha posto un bel carico sulle braccia!—borbottò il
Campora, vedendo giungere quel disgraziato.—Che vi pare, amico
Giovanni? S'ha proprio a caricarne la bombarda, di quel batuffolo di
stracci?

—Perdio!—rispose Giovanni di Trezzo.—Fate come v'aggrada, Anselmo, poichè il capitano generale v'ha lasciato in governo il panno e le forbici. Ma io domanderò a voi che cosa si è sempre fatto delle spie, dei disertori e dei furfanti pari a costui. Per me, ve lo dico schietto; se fossi il mastro de' bombardieri, vorrei risparmiare una palla.