—E sia;—ripigliò il Picchiasodo.—a voi dunque, signora Ninetta; preparatevi a ricevere in casa un briccone.—

Il Sangonetto, come i lettori possono figurarsi, guatava con occhio smarrito ora il Picchiasodo ora Giovanni di Trezzo, e ansimava, sudava freddo e tremava; sopratutto tremava e gli battevano i denti, e gli si piegavano le ginocchia. I soldati, più assai che tenerlo stretto nelle ugne, dovevano reggerlo sotto le ascelle, che non avesse a cascare da senno, come un batuffolo di stracci.

In quel mentre, il Falamonica si messe a gridare.

—Ah, cane! eccolo là!

—Chi?—domandò il Picchiasodo.

—Vedete, messere; il vostro cucco, il vostro prediletto, il mariuolo che m'ha gettato nel pozzo.—

Colui che il Falamonica segnava a dito, era per l'appunto il Maso, fatto prigioniero nella beltresca, riconosciuto da alcuni soldati pel fuggitivo del giorno addietro, e condotto da essi al Campora, colla speranza di averne la mancia.

Anche il Maso riconobbe il Falamonica, e se fu contento di non averlo mandato a male, non si tenne altrimenti per salvo.

—Son fritto!—diss'egli un'altra volta in cuor suo.—Non c'è più scappatoie.—

Per altro, nell'avvicinarsi alla comitiva, l'animoso giovinotto volle ancor dire la sua.