—Lo perde!—No, non lo perde!—Vedrete; là dietro alla macchia dei roveri lo raggiunge di certo.—Che! vedetelo là, il furfante; va via come una lepre.—Sì, ma l'altro è buon cane da giungere, e non gli dà troppo campo.—Ah, diamine, eccoli là nel torrente!—Incespica!—Chi?—Il giovinotto, perdiana! Ma ecco, si rialza; non s'è fatto nulla.—E quell'altro, vedete un po'! Già, la fortuna aiuta i bricconi. Piglia la via della Caprazoppa.—E qual'altra volete che pigli? Se va al Borgo, è un uomo spacciato. Se volta a tramontana, intoppa nel battifolle di Gorra.—O come? Non si vede già più?—Lo nascondono quei massi sporgenti. Guardatelo ora, là tra quei due cespugli, che s'inerpica.—Ha da essere stanco la parte sua. Ma l'altro, dov'è?—Guardate è là sotto, a cento passi più giù.—Lo perde!—No, non lo perde. Vedete? lo fiuta da lunge, e si rimette sull'orma.—
Questi i ragionari dei soldati, lungo la costiera occidentale di castel Gavone. Intanto, era vero che il Sangonetto aveva fatto ogni poter suo, e che il petto non gli reggeva più oltre a sostener quella gara mortale. Giunto a fatica presso uno di que' massi biancastri che sporgono fuor della ripida costa, sotto la roccia dell'Aurèra, si gittò per morto a rifugio entro una fratta di arbusti e sterpi intralciati. Colà ristette, trattenendo a forza il respiro, sperando che il suo nemico avesse smarrito la traccia.
E ciò temettero dal canto loro i soldati genovesi. Il Campora già si pentiva di aver fatto al briccone un così largo partito. Ma poco stante comparve il Maso al piè dello scoglio; i soldati lo videro star perplesso un istante, indi con passo guardingo inoltrarsi, strisciar quasi a mo' di serpente lunghesso i fianchi scoscesi del masso. Quel che seguisse, non fu dato ad essi di scorgere; bensì parve loro di udire a qualche distanza un grido lamentevole. Indi a non molto, una massa informe, come un sasso, o un batuffolo di cenci (la frase era del Campora) precipitava da quel greppo, ruzzolava per la china paurosa del monte.
—Animo, ragazzi!—gridò il Picchiasodo.—Ci abbiamo avuto un'ora di svago. È tempo di tornare ai fatti nostri. E così vada bene ogni cosa per noi, come questa c'è andata, coll'aiuto di Dio.
—Amen!—risposero i bombardieri, che vedevano il loro comandante di buon umore e s'arrischiavano a far gazzarra con lui.
CAPITOLO XVII.
Che è il più breve, e che parrà anche, per virtù del commiato, il più bello di tutti.
La mattina del 6 di febbraio 1449, i genovesi si erano impadroniti, come ho raccontato, del castello Gavone. Il giorno 8 di maggio avevano a discrezione le mura e gli abitanti del Borgo.
Questa vittoria, siccome i tre mesi di estrema resistenza dimostrano, era costata sangue e fatica non lieve all'esercito. Gli assediati con uno sforzo inaudito avevano tentato perfino di ricuperare il castello, e in più d'uno scontro i genovesi si erano veduti a mal passo. Lo stesso capitano generale, entrando alla riscossa ed esponendo la persona, come del resto era suo solito in cosiffatti frangenti, toccò la sua brava ferita. Ma finalmente, veduti mancare i soccorsi che il marchese Galeotto cercava di raggranellare ne' suoi feudi d'oltre Appennino, e che chiedeva, ora a Torino, ora alla corte di Francia, i finarini si arresero, dopo quasi un anno e mezzo di lotta.
A Genova, tenendosi certa la vittoria, si era disputato nell'uffizio di Balìa se fosse ben fatto assaccomannare e distruggere in tutto la terra del Finaro; ma il consiglio deliberò (come dice quel candido uomo di monsignor Giustiniani) la parte più benigna ed umana. «E fu deliberato di dare a saccomanno solamente il borgo e di rovinare la fortezza del Gavone. E perchè si era promesso, in caso della vittoria, a Marco del Carretto e ai compagni la terza parte del Finaro, ovvero l'equivalente, fu deliberato di satisfarlo. E, ai nove di maggio, gli uomini del Finaro giurarono la fedeltà alla repubblica di Genova. E poi, ai quindici d'agosto, la repubblica li fece capitoli e grazie, come appàreno di tutte le predette cose autentiche scritture nell'archivio del comune. Tra queste larghezze è forse da notarsi il presente d'uno stendardo, che portava un leon d'oro in campo bianco, con questa leggenda tra le fauci: «Custos fidei sacrae populs finariensis».