Mario Filelfo, istorico di quella guerra per conto di casa Carretta, racconta che addì 24 di maggio, essendo già tratti a Genova come statichi cencinquanta dei più ragguardevoli cittadini, fu dato il Borgo alle fiamme e smantellato il castello. Ed altro narra eziandio, che non mi pare da credergli intiero; imperocchè, se di castel Gavone può ammettersi la rovina, almeno nelle parti più atte a difesa, non può credersi altrimenti che fosse distrutto il Borgo, ove il bellissimo campanile di San Biagio, la chiesa di Santa Catterina col suo convento di domenicani, la vôlta di Ramondo, e più altre fabbriche medioevali, fanno fede ai tardi nipoti di una certa moderazione, anche negli atti più vandalici, che erano pur troppo nel costume dei tempi.

Nè mancarono da parte di messer Pietro Fregoso gli atti umani e cortesi. Prima ancora che avesse fine l'assedio del Borgo, madonna Bannina e tutte le donne della sua nobil famiglia, tra le quali la bella Nicolosina, furono mandate in libertà e accompagnate alle Màllare, donde andarono a ricongiungersi col marchese Galeotto a Millesimo. Dopo la resa, anche il conte di Cascherano fu libero di andare a pigliarsi la moglie e di ricondursi seco lei al suo castello di Osasco.

Inoltre (e questo io l'ho di buon luogo, sebbene non ne faccia motto il Filelfo) Anselmo Campora, che si ricordava de' suoi amici, faceva rimandare a casa sua il povero mastro Bernardo; e messer Pietro Fregoso diede anche in regalo a lui e al Maso un bel gruzzolo di monete; colle quali i nostri due amiconi rinnovarono i mobili, l'insegna e la cantina, nell'osteria dell'Altino.

Insieme collo zio Bernardo e colla zia Rosa, si era ritirata all'Altino la Gilda, non più pazza, nè scema di mente, come da principio si temeva, ma assai giù dello spirito pei casi gravissimi che l'avevano afflitta, e quasi esangue per una grave infermità che da tanta commozione le era seguita. Dal tempo e dall'amor vigilante de' suoi, aspettiamo il rimedio efficace ai mali della Gilda, della più leggiadra ragazza del Finaro, ora che madonna Nicolosina è andata ad abbellire di sua presenza il castello di Osasco, sfuggendo al nostro tema e, come potete immaginare, anche alla nostra attenzione.

Il marchese Galeotto, poi ch'ebbe peregrinato qua e là in cerca di aiuti, e risaputo con suo grave rammarico della morte di Bannina, avvenuta a Millesimo in quel tempo che i genovesi entravano padroni nel Borgo, si recò in Francia e vi rimase a lungo, pigliando parte, da quel valentuomo ch'egli era, alle guerre di quel reame. Colà, in una pugna navale sulle coste di Bretagna, un colpo di bombarda ebbe a sconciargli un braccio per modo, che indi a non molto dovette morirne, ma colla consolazione d'aver riveduto il fratello Giovanni, uscito finalmente dalle prigioni di Genova.

Chi vuol saperne di più, intorno a questi due personaggi, faccia capo ai Filelfo e si misuri col suo latino indiavolato. Leggerà eziandio come Giovanni, aiutato dalle soldatesche dei cugini, da quelle de' suoi aderenti e infine dai soccorsi di Francia, ripigliasse più tardi il marchesato ai genovesi e desse opera a rifabbricare la città ed il castello Gavone.

Egli e i suoi discendenti godettero senza disturbo (poichè Genova, straziata dalle fazioni, aveva altro che fare) il loro marchesato insieme co' feudi di Stellanello in val d'Andora, di Calizzano in val di Bormida grande, di Massimino sul Tanaro, di Bormida, Pallare e Carcare sulla Bormida d'Acqui. Senonchè (vedete, egli c'è un senonchè!) un Alfonso II, o degenere da' suoi maggiori, o rifattosi per cagion d'atavismo alle costumanze dei più antichi tra loro, uscì in ogni maniera di prepotenze e di colpe. Dura infame la memoria di lui nella terra, ed io mi dispenso dal ripetere tutto ciò che di lui si racconta. Basti il sapere che fattosi senza licenza sua un matrimonio nel borgo, andò furibondo a turbare la serenità d'un convito nuziale e afferrata la sposa per le trecce, la tolse sull'arcione e la portò via a galoppo in castello. Narrasi altresì che usasse cavalcare a diporto verso la Marina, e di là fino a Pia, dove entrava col cavallo nella chiesa di Santa Maria ed egli e i suoi cortigiani, ritti sulle staffe, abbeverassero i cavalli nella pila dell'acqua santa.

Noti so quale dei due fatti tornasse più ostico ai vassalli del marchese. Cito a memoria cose udite da bambino, e non ho tempo a dilungarmi in queste minutaglie della storia. Il certo si è che i finarini perdettero la pazienza, e mentre Genova ne pigliava ansa a tornare su Castelfranco, i maltrattati e disputati sudditi si richiamavano contro il loro marchese e contro il doge di Genova, al tribunale del sacro Romano Impero; che, imitando il giudice famoso della favola esopiana, volle per sè il feudo aleramico e vi mandò commissarii a governarlo in suo nome.

Ciò fu nell'anno 1568. Tre anni dopo vi si allogarono gli Spagnuoli, per avere una rada sicura donde procurarsi la via più spedita al milanese; e signoreggiarono il marchesato, spendendovi tesori, fino al 1713; nel quale anno Carlo VI lo vendè per sei milioni di lire alla repubblica di Genova. Questa a sua volta lo tenne, quantunque agognato, e per due anni anche carpito dai duchi di Savoia, fino al giorno della ingloriosa sua morte.

Vedete mo' quante vicende in quattro palmi di terra! Ma altri luoghi d'Italia ebbero peggio, e per le divisioni dei popoli, e per le gare dei maggiorenti; donde le ambizioni dei condottieri, le male arti dei principi e le armi straniere in casa nostra. L'esempio di ciò che patirono gli avi, insegni la concordia e la temperanza ai nipoti.