Torno indietro fino al 1450, per dire ai lettori benevoli che questo racconto può non aver annoiati del tutto, come le cure affettuose d'una buona famiglia e la divozione sconfinata di un'ottimo giovinotto, vincessero il male e confortassero lo spirito della povera Gilda. La più leggiadra ed anco la più disgraziata donna del Finaro, era ben degna di questo dono celeste, che è una stilla d'oblìo.

Anselmo Campora, visitatore quotidiano della famosa osteria, s'invitò da per sè al modesto banchetto. Modesto, poi, si dica soltanto per la qualità dei commensali, non già per quella dei cibi, e molto meno per quella dei vini. Quel sornione di mastro Bernardo scovò ancora per la solenne circostanza, da una certa buca fatta due anni addietro in cantina, una mezza serqua di fiaschi di quella sua prelibata malvasia di Candia, che faceva arrovesciar gli occhi, in segno di beatitudine, al miglior bevitore dell'esercito genovese.

—Siete un brav'uomo, mastro Bernardo!—gridò il Picchiasodo, poi ch'ebbe trincato alla salute di Gilda, del Maso, della zia Rosa, e, a farla breve, di tutti gli astanti,—E vedo, stando qui di presidio, che questo popolo è buono, come si è mostrato valoroso in tante occasioni. Sentite ora un mio pensiero; in vino veritas, e se me ne versate dell'altro, mi spiegherò ancora meglio. Grazie infinite! Io dico dunque, che, come noi due non ci odiamo, perchè abbiamo potuto ricambiarci qualche servizio, così non debbono odiarsi finarini e genovesi. Che diamine? o non parliamo tutti lo stesso vernacolo? Meditate su questo punto, mastro Bernardo, che mi par l'essenziale. E non vi metta in pensiero qualche divario nella pronunzia, come a dire un po' di cantilena che noi sentiamo nella vostra parlata, e un po' di strascico che voi fiutate nella nostra. Son cose da nulla, e appunto perchè son cose da nulla, mi stanno a riprova di quanto io v'ho detto. Credete a me, mastro Bernardo; io non so che cosa avverrà di noi tra qualche anno, ma son sicuro che un giorno i nostri figli dimenticheranno queste bizze tra parenti, o non le metteranno in tavola che per ricordare le prodezze comuni. Il Finaro è un bel paese, ma Genova non gli sta di sotto, e ve lo provo. Voi ci avete il vino di Calice; noi quello di Coronata; sinceri ambedue come i nostri cuori, sfavillanti come i nostri occhi, generosi come l'indole nostra. A chi non piace il vino, Dio gli tolga l'acqua! Chi non vede di buon occhio l'amicizia e la fratellanza dei Liguri, abbia il canchero in casa. Pensateci su, mastro Bernardo! Con Genova a capo, si può far la Liguria, come è già stata una volta. E un giorno, chi sa?… Da cosa nasce cosa, e il tempo la governa. Ho detto.—

Così il buon Picchiasodo alle frutte. Ed io ho raccolto con riverenza queste briciole oratorie d'un capo di bombardieri, che precorreva di mezzo secolo Nicolò Machiavelli.

FINE.

INDICE

CAP. I. Nel quale si narra di due viaggiatori che amavano
saper molto e dir poco………………………….Pag. 1

» II. Dove messer Giacomo Pico impara che il torto
è degli assenti………………………………. » 24

» III. Dal quale apparisce che, in materia di consolazioni,
Tommaso Sangonetto avrebbe potuto
dar de' punti a Boezio………………………… » 48

» IV. Nel quale si vede messer Pietro perdere la pazienza,
il Sangonetto la ciarla, il Picchiasodo l'occasione,
Giacomo Pico il tempo e mastro Bernardo la scrima… » 68