—E l'insegna che dice tutto!—interruppe il compagno, d'una ventina d'anni più giovine e più nobilmente vestito.—Vedi, Picchiasodo; qui sul portone sta scritto a lettere da speziali: «Fermatevi all'Altino; c'è buona l'accoglienza, e meglio il vino.»
—L'oste si vanta;—rispose il Picchiasodo;—ma gli darò io una ripassata al suo vino, e se non mi va, il primo pezzo di muro che mando a rotoli, vuol esser questo, dov'egli ha posto l'insegna.—
Intanto, erano entrati sotto il portone.
L'oste, faccia contenta e grulla (così almeno portava l'apparenza), si fece innanzi premuroso, con un ragazzone e una nidiata di bambini alle spalle.
—Entrate, magnifici messeri!—gridò egli, cavandosi umilmente la berretta e mettendo inchini su inchini.—Maso, piglia i cavalli e conducili in istalla.
—No, non occorre:—disse il più giovine dei due viaggiatori, che in quel mezzo scendeva d'arcione.
—Metteteli soltanto al coperto; ci si ferma per poco.
—E se il tuo vino non è buono, si parte subito!—aggiunse quell'altro, che rispondeva al nome di Picchiasodo.
—Ah, per questo,—rispose l'oste con aria di sicurezza profonda,—non ho niente paura. Vedrete, messere, sentirete che vino! Non fo per dire, ma ci ho il meglio della vallata. Soltanto alla tavola del nostro magnifico Marchese si può bere il compagno.
—Vedremo…. confronteremo!—disse gravemente messer Picchiasodo.