—Ah sì, a ciaramellare!—ripetè mastro Bernardo stizzito.—Mi si tagli piuttosto la lingua!
—Amen!—soggiunse il Sangonetto, poichè furono soli.—E intanto, vediamo di aggiustare questa mala bisogna.
—Ah, messer Tommaso, tutto quel che vorrete;—gridò mastro Bernardo;—comandate, son qua. Maledetti! e dire che avevano un'aria così candida! Mangiavano e bevevano con tanto gusto!
—E tu hai bevuto più grosso di tutti, Bernardo; e non hai capito che coloro tiravano a scalzarti. E non basta; fors'anco pigliavano cognizione dei luoghi, e tu….
—Ah, non me ne parlate, messer Tommaso! Parevano così innamorati del paese! Segnatamente quel capo dei bombardieri…. oh, san Biagio benedetto! Ma già, del senno di poi son piene le fosse; ed ora bisognerà pensare a quello che si potrà dire di questo affaraccio.
—Già!—soggiunse Tommaso.—E che cosa diremo? Ah ecco? che il nostro Giacomino aveva odorato il tradimento e non seppe portarselo in pace. Capisci? Non gli è di buona guerra venir qua, sotto colore d'ambasciata, per esplorare il terreno, e cavare i calcetti alla gente. Per altro, innanzi di presentare la nostra invenzione, bisognerebbe sapere che cosa è avvenuto al castello tra i due genovesi e il marchese Galeotto.
—Sicuro, bisognerebbe saperlo;—disse mastro Bernardo;—ma come si fa?—
CAPITOLO V.
Dal messaggio di Pietro Fregoso e di ciò che ne seguisse al castello
Gavone.
In quella che Tommaso Sangonetto sta almanaccando insieme coll'oste dell'Altino, per trovar modo di sapere le cose avvenute e di foggiarvi su una credibile invenzione, andiamo noi per la spiccia e vediamo che ambasciata portasse messer Pietro Fregoso alla corte di Galeotto, marchese del Finaro.