Varcato il ponte levatoio, entrarono sotto l'androne, e, mentre il capitano degli arcieri andava a dar notizia del loro arrivo al marchese, erano fatti scender di sella per riposarsi in una sala terrena, dove si diè loro acqua alle mani e rinfresco. Accettarono l'acqua e l'aiuto dei famigli, per scuoter di dosso la polvere, ricusando tutto l'altro che venia loro profferte; e immagini il lettore con quanto sacrifizio e merito di Anselmo Campora, che non avrebbe sgradito di paragonare la cantina del marchese con quella di mastro Bernardo.

Poco stante, apparve sull'uscio un donzello a disse loro:

—Venite, messeri; il magnifico marchese è pronto a ricevervi.—,

Lo seguirono tosto, e, fatta una breve scala, furono introdotti in un ampio salone, che appariva situato nel mezzo del castello, poichè prendeva luce da una parte e dall'altra, pel vano di larghe ed alte finestre, partite a colonnini e chiuse da intelaiature di legno e vetri sigillati col piombo, a mo' di losanghe, come portava la foggia del tempo. Una numerosa e orrevol brigata era accolta colà; molti servitori e donzelli sui lati; nel mezzo un crocchio di gentiluomini; seduto a uno scrittoio il vecchio cancelliere della corte; tutti, poi, ordinati in guisa da far corona ad un seggio rilevato, su cui stava, nobilmente composto, il marchese del Finaro. Gentildonne non erano in quella adunanza; che bene il marchese aveva inteso non doversi quel giorno ricevere ospiti d'allegrezza, sibbene messaggieri di guerra.

Era in quel tempo il marchese Galeotto un uomo di piacevole aspetto, d'anni intorno ai cinquanta, ma di sembianza più giovane, la mercè d'una carnagione rosata, degli occhi azzurri e scintillanti, della barba e dei capegli biondi, che ancora dissimulavano abbastanza le moleste fila d'argento. La figura sua, al primo vederla, lo diceva bollente di spiriti e pronto ad infiammarsi, ma in pari tempo di senni umani e cortesi, quanto il concetto della sua dignità e la logica feudale d'allora potessero comportarne in un principe.

Egli accolse con un sorriso ed un gesto amorevole messer Pietro, che s'inoltrò a capo scoperto e s'inchinò davanti a lui, con atto di ossequio, non disgiunto da un sentimento di onesta alterezza. Il Picchiasodo, per far conoscere la sua condizione più umile rispetto al suo nobil compagno, si era fermato sui due piedi, ma colla berretta in capo, da soldato e non da servitore, a poca distanza dall'uscio.

—Siate il benvenuto, messere;—disse il marchese Galeotto al nuovo venuto, per offrirgli occasione a parlare;—e che cosa recate al Finaro?

—Un messaggio dell'illustrissimo signor Doge e del comune di Genova;—rispose Pietro Fregoso, togliendosi di cintura un rotolo di pergamena, suggellato di piombo, colle armi della Repubblica.

—Ai quali auguriamo ogni prosperità, e grandezza che colla giustizia si accordino;—ripigliò nobilmente il marchese.

Ciò detto, prese dalle mani di messer Pietro la pergamena, ruppe il suggello e lesse. Cotesto faremo anche noi, dando una sbirciata allo scritto.