«Al magnifico signor Galeotto, marchese del Finaro, salute.

«Sebbene a noi per lo passato fosse stata grandemente a cuore l'amicizia vostra, perchè tra noi durasse la quiete, voi sempre dell'amicizia e benevolenza nostre avete fatto stima mediocre. Per la qual cosa, gli animi della città e della repubblica tutta si sono straordinariamente accesi, volendo guerra contro di voi; e guerra sarà, poichè non sembra esservi cara la pace. A questo per vero dire ci disponiamo contro voglia e sforzati; che anzi, mai abbiamo cessato di far pratiche, se per avventura avessimo potuto acquietare lo sdegno di questo popolo, irritato dalla Signoria Vostra con somme offese negli anni trascorsi; e ciò con ogni poter nostro abbiam procurato, nè mai potuto ottenere.

«Ed ora, poichè ricordiamo avervi promesso che, quando fossimo per rompervi guerra, vi avremmo avvisato della cosa, perchè non vi paresse di esser còlto alla sprovveduta, vogliamo significarvi che dobbiate aspettar guerra al Finaro a dì 5 del prossimo dicembre. Però, scorso il giorno 4 di detto mese, sappiate non esservi più dato di vivere con noi in quelle forme di pace e d'amicizia, che sono state finora. Così portiamo speranza di larga vittoria su voi, come d'insegnare a tutti i pari vostri che non abbiano a misurarsi in imprese siffatte con noi. Inoltre quando vi piacesse far correre minor spazio di tempo alla guerra, di quello vi abbiamo indicato, vogliate darcene avviso, e sarà fatto secondo il piacer vostro.

«Data da Genova, addì 21 novembre 1447.

«GIANO FREGOSO.»

Messer Pietro, in quella che il marchese Galeotto leggeva la lettera, stava immobile al suo posto e in apparenza sbadato; ma non perdeva un moto, anco il più lieve, dell'aspetto di lui, e gli appariva manifesto come quella lettura lo avesse colpito. La faccia del marchese era divenuta ad un tratto del color della fiamma; le dita attrappite tiravano per tutti i versi la povera pergamena, che non ne avea colpa veruna; le labbra borbottavano confuse parole; come se dentro dell'animo il marchese Galeotto stesse ad una ad una ribattendo le argomentazioni del suo avversario.

Invero, a lui pareva di aver ragioni oltre il bisogno. La lettera di Giano Fregoso era accortamente rigirata. Niente più curavano i capiparte d'allora, fossero dogi, o pretendenti al dogato, che di mescolare il popolo nelle loro private querele, ire e vendette di famiglia. E a Galeotto cuoceva di veder tirare i genovesi in campo, quasi fossero eglino, e non già i Fregosi, che voleano la guerra. Nè a lui pareva di avere offeso mai Genova, destreggiandosi in mezzo alle fazioni che l'avean lacerata; che quella era per lui la ragione di Stato, e Genova a lui mettea conto vederla, non già nel governo dei Fregosi, ma nella persona degli Adorni fuorusciti, e appunto di quel Barnaba, doge scacciato, che stavasi allora al suo fianco.

E a Barnaba era corso il suo sguardo, in uno degl'intervalli da lui posti in quella ingrata lettura. Ma Barnaba nel messaggero di guerra avea ravvisato messer Pietro Fregoso, e non torceva gli occhi da lui.

—Bene sta;—disse Galeotto, poi ch'ebbe finito di leggere.—Messeri, è un cartello di sfida, questo che Giano Fregoso ci manda.—

Un fremito corse per tutta l'adunanza; che sebbene da lunga mano preveduto, non riusciva meno grave l'annunzio. C'era anzi taluno dei soliti ragionatori alla grossa, che dalle antecedenti lentezze e continue ambascerie genovesi aveva argomentato la poca voglia di venire a mezza spada e tratto speranza pel Finaro d'una via di salvezza. Non così Barnaba Adorno, che ben conosceva l'animo dei Fregosi e la tenacità con cui avrebbero proseguito i loro disegni. Costoro inoltre, non che a colpir Galeotto miravano a molestare in quel suo rifugio la sbandeggiata famiglia Adorno, e lui più di tutti, lui Barnaba, che pochi mesi addietro Giano Fregoso, improvvisamente sbarcato a Genova e con un pugno di suoi partigiani impadronitosi del palazzo ducale, aveva scacciato dal governo e dai confini della repubblica.