—Uhm!—brontolò mastro Bernardo, che in sulle prime aveva fatto bocca da ridere.—Brutta gente, quei genovesi! E se questi due fossero della pasta di quell'altro, meglio sarebbe dar loro acquetta, che vino di Calice!

—Ho dunque a portar loro l'acquetta?—chiese il ragazzone, con aria che volea parere melensa.

—Di che acquetta mi vai tu novellando?

—Non sapete, mastro Bernardo? quel vinello fiorito, che è sempre in fin di botte, perchè oramai nessuno lo vuole?

—Ehi, bada a te, mascalzone! Vuoi forse trincartelo tu, che fai sempre a screditarlo? Ci ho a fare un nipotino ancora, prima che tu ne assaggi!

—Un nipotino su quel vinello? Sarà acqua schietta, allora—notò il
Maso tra sè.

E raumiliato in vista, ma contento d'aver detto la sua, andò a spillare il migliore, per servir degnamente i due forastieri; indi, colmate le bottiglie, si affrettò a portarle di sopra, insieme col pane e i camangiari.

Si affrettò, dico, ma non fu tanto sollecito a ritornare, come al padrone pareva che egli ragionevolmente dovesse; epperò n'ebbe da mastro Bernardo un'altra ripassata delle solite.

—Diamine!—sclamò il Maso.—Come ho a fare? Cinquantadue scalini non si salgono e non si scendono mica in un batter d'occhio!

—Cinquantadue! Tanti ce n'ha dal pian terreno al terrazzo.