Ma se per avventura fu terribile il colpo, non riuscì la difesa men fiera. Al grido delle scolte, allo strepito dei nemici accorrenti, si erano levati in armi i soldati genovesi e colle partigiane spianate venivano incontro a quelle bianche fantasime, piombate allora nel campo. Dàlli, dàlli! San Giorgio e Fregoso! Ammazza, ammazza! San Giorgio e Carretto! E la mischia s'impegnò d'ambe la parti accanita.
Messer Pietro, uomo di partiti se altri fu mai, per mettere lo scompiglio in mezzo ai nemici e far vedere in pari tempo alla sua gente come pochi fossero costoro e in poco spazio ristretti, comandò di portare innanzi fascine incatramate, appiccarvi il fuoco e gittarle a tutta forza di là dalla chiusa. I molti che ancora non avevano potuto penetrarvi e che facean ressa al palancato, sopraffatti da quella pioggia di fuoco, dovettero dare indietro solleciti e sparpagliarsi pei campi; intanto una torbida luce rischiarò gli assalitori alle spalle e mostrò ai genovesi quanto poco di terreno avessero, con tutto il loro impeto, guadagnato i nemici. Frattanto il Picchiasodo, che non avea niente a fare del suo mestiere, e sempre si doleva di stare colle mani alla cintola, imbattutosi in una catasta di pali aguzzi che erano avanzati agli artefici, prese, colla fretta di un uomo che lavorasse a cottimo, a sfrombolarne gli assalitori. Volavano i tronchi l'un dopo l'altro, rombavano in aria, cadeano nel fitto dei combattenti, ammaccavano le cervelliere, rimbalzavano sulle braccia, chi coglievano di punta e chi di schiancio, facendo ognun d'essi il lavoro di quattro soldati. Anche il marchese Galeotto ebbe a saggiarne la forza, che uno di quegl'insoliti verrettoni gli portò via netta la scure dal pugno. Anselmo Campora seguitava a picchiare (e come sodo!) mostrando coi fatti di non averlo scroccato, il suo soprannome di guerra. E intanto, dàlli, dàlli, ammazza, ammazza, le grida cozzavano come i ferri; San Giorgio e Fregoso, San Giorgio e Carretto s'incontravano in aria, accompagnati salivano al cielo.
Il povero santo delle battaglie sicuramente udì quelle invocazioni notturne, dal luogo de' suoi celesti riposi; ma io porto opinione che egli, per non sapere a cui porgere orecchio, tagliasse corto, dicendo che la notte è fatta per dormire, e si voltasse dall'altro lato, lasciando a' suoi divoti la cura di levarsi d'impaccio da sè.
Grande fu l'uccisione da ambe le parti. Ma gli uomini di Galeotto non potevano, con tutta la loro maravigliosa prodezza, fare un passo più oltre, serrati com'erano e oppressi da una moltitudine di nemici. Oltre di che, dalla parte di San Fruttuoso era cessato il frastuono delle voci e dell'armi; segno che Barnaba non avea potuto sfondare la cerchia dei Genovesi e aprirsi l'adito fino ai compagni d'attacco.
Allora Galeotto comandò la ritirata, e, perchè non avesse a mutarsi in dirotta, con un pugno de' suoi migliori la protesse egli medesimo fin oltre il fosso; indi, col favor delle tenebre, nè volendo messer Pietro arrisicare i soldati in una caccia notturna, potè ricondursi in salvo a Calvisio. I Genovesi profittarono delle ore che ancora avanzavano al romper dell'alba, per isgomberare il fosso e rifar lo steccato.
Passarono quattro o sei dì senza cose notevoli. Messer Pietro faceva le mostre di dormire. Sapeva prodi i Finarini e, da buon capitano, mirava a stancarli, a condurli allo stremo, senza spreco de' suoi. Il Picchiasodo solea dire che messer Pietro faceva come la gatta di Masino, che chiudeva gli occhi per non veder passare i sorci; e frattanto si struggeva di quella inerzia apparente.
Un giorno, usando di quella dimestichezza che aveva col capitano generale (dimestichezza nata nel vivere un tal po' brigantesco, che anni addietro aveva fatto con esso lui su quel di Novi) se ne lagnò apertamente con messer Pietro, padrone suo riverito.
—I pigionali della colombaia,—diceva egli, accennando ai difensori di Castelfranco,—son liberali a lor posta, mandandoci ad ogni tratto qualche regaluccio coi màngani, e a me la mi cuoce, di non poterli rimeritare con qualche pera zuccherina del nostro orto. Anche la signora Ninetta ne ha, son per dire, uno spasimo, e se la mi crepa un giorno o l'altro, state sicuro che gli è proprio di stizza.—
La signora Ninetta era, come il lettore arguto avrà indovinato alla prima, una bombarda, e aggiungerò la più bella del campo e la prediletta di Anselmo Campora, che amava caricarla e darle il fuoco egli stesso, senza aiuto di valletti.
—Chètati, via;—gli disse di rimando messer Pietro;—c'è tempo a tutto. Prima di metter mano alle artiglierie, dobbiamo impadronirci della Marina e piantarci saldamente a cavallo. Che diresti di me se, mentre tu fossi qua a sfrombolare quella colombaia, come la chiami tu per dispregio, non ricordando che l'hanno murata i Genovesi tuoi padri, io lasciassi calare quattromila uomini a far impeto sui tuoi passavolanti, cortane e falconi, in un luogo dove non potrei certo spiegare tutta la mia gente in battaglia?