—Se l'ho, magnifico messere!… Certo, che l'ho; l'hanno tutti!—farfugliò il Sangonetto, che non sapeva a qual santo votarsi.—Ringrazio il mio illustre signore e la fortuna che mi ha destinato ad accompagnarlo sul campo della gloria.—

Cotesto ad alta voce e cercando di dare nella rotondità della frase un concetto della sua eloquenza d'ambasciatore fallito.

Ma dentro di sè, il prode Tommaso Sangonetto masticava ben altro.

—Ah per l'anima di…. L'ha a contare, le mie prodezze, il marchese! Già, o come vuol fare? Dopo l'Avemaria, tant'è la tua come la mia, ed egli non vedrà proprio un bel niente. Io le conosco, le mura di Noli; ritte, puntigliose, accigliate, su quei loro greppi impraticabili, con quelle torri che escon fuori di riga ad ogni cinquanta passi e vi mandan giù l'ira di Dio!… No, no, l'appoggi un altro, la mia scala; io sto a vedere chi casca. Dopo tutto, o che? io l'amo, quella repubblica; si governano da sè; non ci hanno marchesi, nè conti; non pigliano gatte a pelare; non domandano che di pescare tranquilli le più saporite triglie di tutta l'Italia. Ottimi cittadini! Li piglio a proteggere.—

CAPITOLO IX.

Qui si racconta di un nibbio, che rincorrendo una colomba s'abbattè in una tortora.

Messer Galeotto, per celato cammino alle spalle di Verzi, conduce l'eletta de' suoi fanti su Noli. Grande e mirabile impresa era questa, di andare, egli assediato nella sua terra, a tentare l'assalto d'una terra nemica. Per altro, anche i suoi luogotenenti si segnalavano in simili atti d'incredibile audacia, e pochi giorni addietro un Enrico da Calvisio, con un pugno di Finarini era piombato così alla sprovveduta sul Borghetto, luogo murato sulla spiaggia del mare a ponente del marchesato, che i terrazzani, fedeli allora alla signorìa genovese, avevano avuto a mala pena il tempo di chiuder le porte. Il Calvisio, non potendo altro, s'impadronì d'una galeotta che que' del Borghetto tenevano ormeggiata alla riva, e preso il largo, avvistò otto feluche genovesi, le quali portavano vettovaglie all'esercito. Qui, senza darsi un carico al mondo della galèa nimica che incrociava su que' paraggi e che doveva essere in quel mentre nelle acque d'Albenga, navigò incontro ai nuovi venuti, e, fingendosi mandato dal sopracòmito della anzidetta galèa, li condusse a pigliar terra dov'egli voleva; così impossessandosi delle vettovaglie destinate al nemico e introducendole, per la via di Verezzi, nel Borgo Della qual cosa non è a dire come gli fosse grato e gli dèsse lode il marchese Galeotto, prode tanto egli stesso e largo di encomio coi prodi.

Ora, innanzi di seguire quest'ultimo, vediamo Giacomo Pico che quel cicalone di Tommaso Sangonetto s'ingegna di consolare a modo suo dei rigori della sorte.

—Così è, Giacomo mio, siamo vassalli e bisogna recarsela in pace. Son essi i padroni, noi gli umilissimi arnesi. Serviamo al caso loro? Ci adoprano e ci hanno anche talvolta per la man di Dio, nel più forte delle loro necessità. Non serviamo più a nulla? Ci buttano in disparte, o si ricordano di noi, com'io delle prime calze che ho smesso. Che forse c'è mestieri di gratitudine con noi? Che importa a lui del tuo valore, a lei dello tue smanie amorose? Egli è il tuo signore, intendi uccel di rapina; ed è suo, tutto suo, quanto egli vede dall'alto di questa rupe allo intorno; ella, poi, nasce dal padre; uccel di rapina anche lei, e uno spicchio di cuore sanguinolento è il pasto più gradito a questa cara aquilina. Ah sì, gente da volergli bene, cotesta, e da pigliarcisi una scarmana, come ho risicato di far io nell'ultimo viaggio di Francia! Vedi un po' come hanno trattato con me! Tu eri inchiodato in un letto, mio povero Giacomo, ed io subito diventavo buono a qualcosa. Mi mandano messaggiero alla Lega, e li servo di coppa e di coltello; sono contenti di me, non c'è che dire, e me lo provano, mandandomi in Francia. Vo come il vento; ritorno come il terremoto; porto loro gli aiuti e le buone promesse del re. Che si voleva di più? Non ti par egli che io dovessi credere la mia sorte assicurata? Ma no. Si tratta ora di raccogliere i frutti della mia ambasceria, di mandare una persona fidata incontro al balìvo di Tresnay. Chi dovrebbe andarci, se non io? Chi ha da compier l'opera, se non chi l'ha cominciata? Ed eccoti in cambio il cherubino, capitato tardi, ma sempre a tempo per vogarti sul remo. Abbia lui la fanciulla meritata da Giacomo Pico; vada lui frattanto per quel negozio che doveva toccare al Sangonetto. Già, vedi carità pelosa! Sangonetto sarà stanco d'ambascierie, il poverino; mandiamo questo bel chiavacuori in sua vece, ed egli invece abbia l'onore di seguire all'impresa di Noli quel pazzo da catena d'un marchese Galeotto, che va a cercare il male come i medici; si buschi un verrettone, o una piombata sul nomine patris, quel caro Tommaso; se no, povero a lui, lo fa colla voglia. Accidenti alla compassione!

—Va;—disse il Bardineto, masticando la stizza;—il tuo ladro è il mio; fo due vendette in un colpo.