Chi si dolse più forte di questa mala riuscita fu il prode Sangonetto, sospeso tuttavia alla scala, a cui, da quel furbo ch'egli era, avea dato volta con uno sforzo repentino di braccia. E volle farsi sentire, il temerario guerriero, perchè lo sapessero tutti, che c'era lui, proprio lui, appollaiato lassù; senonchè, a mala pena s'avvide, al traballio della scala, che una mano nemica dal sommo dei parapetto lavorava a dargli la spinta, lasciò di vociare, gittò lo scudo per aver più spedite le mani, e lì spenzoloni fece le bracciate di due piuoli, in cambio di uno.
—Peccato!—diss'egli nel ritorno a Giacomo Pico, e così ad alta voce che il marchese Galeotto lo udisse.—Una così bella occasione fallita, e per la balordaggine di due, o tre, venuti a romper l'ova in sull'uscio! Ero già a due braccia dai merli, quando quegli arfasatti m'hanno dato una volta alla scala, colla lor furia di corrermi tutti alle calcagna. Benedetta gente, per non dirne altro! O non lo sanno il proverbio, che la gatta frettolosa fa i catellini ciechi? Facevano a rubarsi il posto, que' scimuniti guasta mestieri; come se in questa nobile impresa con ci fosse stato tempo e luogo per tutti!—
Così, dopo aver provveduto alla sua vita, provvedeva il Sangonetto alla fama, dando egli stesso una soffiatina nella tromba di questa compiacente signora.
Nessuno, per altro, diè retta al nostro Tommaso, che altri pensieri occupavano la mente di Galeotto e di Giacomo Pico. Taciti e spediti rifecero la strada delle Magne e sul mattino seguente rimettevano il piede entro le mura del Finaro, dove il marchese tornò alle cure della difesa e Giacomo Pico a' suoi disegni di vendetta.
Per intendere i quali, bisognerà risalire alla mattina del giorno addietro e proprio al momento in cui madonna Nicolosina, fortemente commossa di sdegno e di tristezza, usciva dalla torre dell'Alfiere.
—Va e ricorda quel che ti pare, di me;—Aveva borbottato Giacomo Pico, seguendola infino all'uscio;—va e racconta pure ogni cosa a tuo padre!—
E guatando quella superba che scendeva le scale così grave negli atti e padrona di sè, mentre egli non lo era stato e si sentiva vinto, umiliato da lei, un odio feroce contro quella donna gli era nato d'improvviso nel cuore. Egli avrebbe voluto essere in quel punto un Dio, o un demonio, per vincere quella ritrosa, incatenarla colà, vederla a' suoi piedi, impadronirsi, a suo malgrado, di lei. Imperocchè l'amore nell'anima del Bardineto non poteva riuscire quel delicatissimo affetto, e quasi celeste, che i poeti affermano essere certamente inspirato da una donna gentile. L'amore anzitutto è desiderio, e non sempre la nobiltà della persona amata può affinare nella mente dell'uomo e trarre a fior di virtù spirituale questo che è sempre ne' suoi cominciamenti un prepotente ardore di sangue.
Così imbestialiva il Bardineto, desiderando ed odiando. L'avrebbe di gran cuore posseduta ed uccisa; e questo è dir tutto.
Ora, mentre egli la seguiva degli occhi, gli venne udito, a due passi discosto da lui, un suono di rammarico, quasi un singhiozzo rattenuto a fatica. Fu dietro l'uscio in un salto, e vi trovò la Gilda rincantucciata, la Gilda più morta che viva.
Subito intese che la meschina era là, ascosa e piangente, per lui. Del resto madonna Nicolosina gli aveva detto pur dianzi il segreto della sua povera ancella. Ed egli non se n'era avveduto prima; assorto nella bellezza gloriosa della giovine castellana, non avea mai chinato lo sguardo indagatore sul viso della Gilda; non aveva pensato mai che la sua bellezza, per essere in umile stato, non era già da meno di quella che a lui l'ambizione e l'amore facevano apparir così grande.