Il fratello e il figlio dell'Embriaco non sapeano che farsi, se lasciar le navi per andare in traccia dei superstiti e morire con essi, o salvare almeno l'armata, mettendosi al largo. Mentre così stavano incerti, non dando retta a Gandolfo del Moro, il quale parteggiava caldamente per un ritorno sollecito, ecco giungere alla spiaggia, dalle parti d'Ascalona, numerose schiere di Saracini, i quali accennavano di muovere alla volta d'Antiochia. Lo sbarco era fatto impossibile ormai; la perdita dei compagni più che sicura. Prevalse allora il consiglio di Gandolfo, e le galere genovesi usciron dal porto, per ritornarsene mestamente in Liguria.
Per colmo di sventura, sui primi giorni di navigazione, l'armata fu colta da una fiera burrasca, così che fu mestieri pigliar terra a Mirrea, nell'Asia Minore, sottoposta allora al dominio dell'imperatore Alessio, quel tale che amava i Crociati come il fumo negli occhi e s'augurava di vederli cader tutti quanti sotto le scimitarre dei seguaci di Macone.
A guardare le cose dal lato suo, il Bizantino non aveva poi tutti i torti del mondo. Tra quei fieri baroni d'Occidente, che andavano al conquisto di Gerusalemme, ce n'erano parecchi, e dei più riputati, pei quali il sepolcro di Cristo era un pretesto e nient'altro. A costoro era entrato in mente che, facendo il loro tornaconto, facevano ad un tempo quel della fede. Però, giunti appena a Costantinopoli, facilmente si scordavano di Gerusalemme, pensando che la conquista dell'impero di Oriente sarebbe stata la cosa più agevole e più utile del mondo. E già aveano proposto il colpo a Goffredo di Buglione; ma quell'anima onesta non volle sentirne altro, e costrinse anzi tutti quei principi e baroni a rendere omaggio all'imperatore Alessio per tutte le terre che avrebbero conquistate.
Narra per l'appunto un cronista, che, mentre giuravano, uno di essi, conte di vecchia nobiltà, fu così ardito da andare a sedersi sul trono imperiale, e il povero Alessio non gli disse verbo, ben conoscendo l'oltracotanza dei Franchi. Il conte Baldovino, fratel di Goffredo, fece star su l'insolente, dicendogli che non era costume di sedersi in tal guisa a fianco degl'imperatori. L'altro obbedì, ma non si ristette dal guardare in cagnesco il monarca, dicendo nella sua lingua: «Voyez ce rustre, qui est assis, lorsque tant de braves capitaines sont debout!» L'imperatore si fe' voltare in greco quelle parole. Egli dice, spiegò l'interprete: vedete quel villano che sta seduto, mentre tanti prodi capitani son ritti in piè! Allora Alessio fece chiamare costui e gli chiese il suo nome. — «Son Francese, rispose questi, e dei più nobili. Nella mia terra egli c'è, sull'incontro di tre vie, una chiesa antica, dove ognuno che abbia voglia di combattere entra a pregare il Signore Iddio ed aspetta il suo avversario. Io ho avuto un bello aspettare; nessuno ha ardito venirci.»
Alessio Comneno non volle udire di più, e non si tenne sicuro fino a tanto non ebbe mandato in Asia l'ultimo di quei capitani Fracassa. Io torno al racconto.
A Mirrea non c'era presidio di Greci e le galere c'entrarono come in casa loro. Così mi sembra che s'abbia a dire, poichè non dissimilmente pensarono i nuovi arrivati che andasse la bisogna, non si peritando di portar via dalla chiesa di San Nicolao le venerate reliquie di San Giovanni Battista, colà custodite da quei bravi calogèri.
Taluno dei moderni miscredenti penserà che quei monaci spacciassero una frottola ai Genovesi; e battezzassero quelle ceneri col nome di Precursore, a bella posta per farsele prendere e liberarsi da quegli ospiti un tal poco prepotenti che dovevano essere i nostri antenati. Ma per siffatta gente ci sono i documenti che parlano. Nell'Archivio di Genova si conservano le lettere di Alessandro III e di Innocenzo IV, le quali rendono testimonianza certissima che quelle non fossero ceneri da bucato, ma le vere ed autentiche reliquie del Battista. Carta canta e villan dorme; così dice il proverbio.
L'armata giunse a Genova; ma la sua lunga dimora nel porto di Mirrea aveva fatto sì che la infausta notizia di cui era portatrice alla patria, fosse preceduta da più recenti e lieti messaggi del campo cristiano: come la paura di alcuni fuggiaschi avesse fatto correre la voce d'una sconfitta e come l'avesse poi malamente conformata la presenza di alcuni drappelli saracini innanzi al porto di San Simeone. L'arrivo delle galere non recò dunque nessun lutto in città, e quando per contro si riseppe che portavano le sante reliquie del Precursore, fu una gran festa da per tutto, e v'ebbe chi ringraziò la Provvidenza dell'errore, aggiungendo esser vero verissimo che tutto il male non vien per nuocere. E poco mancò che il vescovo Ciriaco non gridasse il Nicolao, collo zio Primo e con Gandolfo del Moro, salvatori della patria.
Il buon vecchio ebbe cionondimeno tanta gioia, che morì poco dopo, e gli successe Airaldo Guaraco, o Guarco, il quale resse la chiesa diciassette anni, et fue uomo di grande dottrina per li suoi tempi.
Quando le galere fecero ritorno in Soria, Antiochia era espugnata da mesi parecchi, e i Crociati erano già passati per la famosa valle di Giosafat, gridando: «Jerusalem!» alla vista della santa città.