— Voi dunque non sciogliereste dal suo voto Arrigo da Carmandino? — disse il re, scosso da quella argomentazione del vescovo.
— Sì e no; — rispose Maurizio. — cioè a dire, vorrei poter conciliare una cosa coll'altra. Il voto è senza fallo una ispirazione del cielo. Ora, se noi ce ne assicurassimo i frutti, anche pagando quell'altro di due cuori innamorati, pare a me che si potrebbe consentire al matrimonio senza rimorsi.
— Pare anche a me d'indovinare il vostro pensiero. Sciogliere il Carmandino dal suo voto, ma ritenerlo con giuramento al nostro servizio. Non è così?
— Per l'appunto; — rispose il legato.
Quel medesimo giorno, alla presenza del re e di tutta la sua corte, il vescovo Maurizio così parlava ad Arrigo da Carmandino e a Diana degli Embriaci:
— Miei figli, Iddio, padre di amore, non accoglie i voti che condannano i cuori ad un eterno martirio. Iddio vuol servi amanti ed operosi. Le tristi prove, durate da voi con tanta costanza e fiducia, gli bastano. In nome di Dio, non accetto il voto di Arrigo che in parte. Sia sposo a Diana, ma resti in Sorìa, dove il regno di Cristo ha mestieri di valorosi campioni, e dove egli potrà essere utile, colle armi di San Giorgio, come se fosse ascritto alla milizia di San Giovanni. —
Piacque la cosa ad Arrigo, che ringraziò con effusione il buon legato, e promise tutto ciò ch'egli volle. Piacque a messer Guglielmo, che si separava da sua figlia; ma la vedeva già signora di un principato in Terrasanta, scambio di lasciarla umile e triste monaca nell'ospizio amalfitano di Santa Maria Latina. Quanto a Diana, che vi dirò? La sua felicità era pari a quella di Arrigo. Del resto, l'amore della fanciulla non era forse incominciato dal giorno che il bel Carmandino aveva presa la croce? E non era giusto che continuasse all'ombra della croce?
Tre anni dopo le cose narrate, e così male, dal vostro servitore umilissimo, tutta la costa di Sorìa era ridotta, la mercè dei Genovesi, in soggezione di Baldovino. Il quale, in ricompensa delle espugnazioni di Malmistra, Solino, Laodicea, Tortosa, Tripoli, Gibello, Beirut, Acri, Gibelletto, Cesarea, Assur, Joppe, Ascalona, diede in feudo a cittadini genovesi parecchie terre, e alla gloriosa repubblica una contrada in Gerusalemme, una in Joppe, e la terza parte delle entrate marittime di Assur, di Cesarea e di Acri, nelle quali città i mercatanti genovesi avevano un proprio magistrato e vivevano colle leggi loro, come se fossero sempre all'ombra delle torri di Sarzano.
Del resto, carta canta; ed ecco qua il privilegio, come fu vergato in pergamena e trascritto dai Genovesi (in latino, s'intende) sul libro del Comune:
«L'anno della Incarnazione del Signore mille cento cinque, a ventitrè giorni di maggio, nel tempo che il patriarca Damberto presiedeva al governo di Jerusalem, regnante Baldovino, Dio onnipotente, per mano dei servi suoi Genovesi, ha dato la città di Accon (Acri, o Tolemaide) al suo glorioso sepolcro. I quali eziandio vennero col primo esercito dei Franchi, e virilmente si adoperarono all'acquisto di Antiochia, di Jerusalem, di Laodicea e di Tortosa; e loro soli acquistarono le terre di Solino e di Gibello, ed accrebbero all'imperio di Jerusalem le terre di Cesarea e di Assur. A questa così valorosa gente, Baldovino re invittissimo ha dato in perpetua possessione in la città santa di Jerusalem una contrada, e in la città di Joppe un'altra; ed oltre ciò la terza parte di Cesarea, di Assur e di Accon.»