— Storia pretta, mio zio.

— A proposito di storia, non dimentichiamo che ci hai da leggere quella delle vostre prodezze in Terra Santa; — ripigliò Pagano della Volta, alzando la voce, poichè i suoi colleghi di consolato si erano avvicinati per stringere la mano al suo valoroso nipote.

— A voi dunque, messer Caffaro di Caschifellone; — disse il console Amico Brusco, uno dei sette figli di Guido Spinola e perciò fratello dell'Embriaco; — leggete il racconto delle imprese a cui avete partecipato. Il santissimo Airaldo ve ne prega, e i consoli tutti, per mia bocca, ugualmente.

— Qui? — balbettò il giovane, facendosi piccin piccino nella sua cotta di maglia.

— E perchè no? — disse un altro personaggio, grave all'aspetto, che era il diacono Sallustio, consigliere del vescovo. — Tutto quanto voi narrerete, messer Caffaro, è gloria della croce, ed è ragione che si ascolti nella casa di Dio. —

Un mormorio di approvazione accolse le parole del vecchio Sallustio. La cosa non dee recare meraviglia ai lettori, se ricorderanno che il duomo di San Lorenzo, essendo una cosa medesima col Comune, era appunto il luogo da ciò. Diventato secolare il governo, i consoli, tuttochè non fossero più gli scabini del vescovo, in ossequio alla sua venerata autorità usavano amministrare la giustizia e tenere i parlamenti sotto il vestibolo del tempio.

Colà, all'ombra della graticola di marmo, su cui era raffigurato il martire Lorenzo, si facevano adunque i decreti consolari, si ricevevano gli atti di cittadinanza e di vassallaggio di principi e popoli, si davano le investiture, si manomettevano i servi, si pubblicavano le leggi a suon di tromba dal cintraco, si deliberavano le imprese, si bandivano le guerre, si conchiudevano le paci, si stringevano le alleanze, si celebravano le vittorie.

Aggiungerò che il Duomo di San Lorenzo era compreso in ogni trattato, che i feudatarii e i vassalli giuravano fedeltà ed obbedienza ad esso, e che in ogni disposizione testamentaria dovevasi rammentar la sua fabbrica. Fu insomma il monumento più glorioso del nuovo Comune, ordinato sugli avanzi della curia romana e della barbarie feudale, e durò a lungo come il palladio della libertà genovese. Le sue case contigue e le sue torri, se occupate, davano il dominio di tutto lo Stato agli occupatori; e i Ghibellini più d'una volta minacciarono d'appiccarvi il fuoco. Ma forse prevalse la reverenza ad un miracolo dell'arte italiana, prevalse quel culto della forma, che s'infiltra a poco a poco negli animi più rozzi, nec sinit esse feros.

Il giovane Caffaro, così caldamente pregato dai maggiorenti della città, pose mano al suo cartolaro; e alla presenza del vescovo, dei consoli e dei capitani, lesse la sua narrazione, semplice, disadorna, ma veritiera e scevra di tutte quelle esagerazioni che la pedissequa cura degli esemplari antichi doveva ficcare nel latino di quattro secoli dopo.

È questo un dirvi chiaro che il racconto del giovine gentiluomo era dettato in quella lingua, giusta il costume d'allora. E perchè riesca chiara anche la narrazione dei fatti, io vi compendierò lo scritto in volgare, avvertendo che questa, se Dio vuole, sarà l'ultima indigestione di storia che farete per colpa mia.