Si torna indietro fino al capitolo sesto, dove ho già detto delle ventisette galere partite nel 1100 per la seconda spedizione di Terra Santa, con sei navi cariche di pellegrini d'ogni nazione. Giunti nel porto di Laodicea, città della Siria e soggetta ad Alessio imperatore di Costantinopoli, vi si trattennero per tutta la seguente invernata. Morto era il pio Buglione di peste, nel mese di giugno, non essendo vissuto che un anno nell'amministrazione del regno di Gerusalemme. Ed essendo ridotto in ischiavitù Boemondo, figlio a Roberto Guiscardo, duca di Puglia, que' paesi, conquistati con tanta fatica ai Saracini, erano abbandonati in balìa di sè stessi. Li ebbero in tutela i Genovesi, che si può dire capitassero davvero in buon punto; e d'accordo col vescovo Maurizio, legato del Papa, mandarono a Baldovino, fratello dell'estinto Goffredo e a Tancredi, cugino di Boemondo, perchè assumessero, quegli, la corona di Gerusalemme, questi il principato di Antiochia. Consentì Baldovino, a patto che i Genovesi lo aiutassero. E così avvenne che, cavalcando alla volta di Sion, incontrati tremila Saracini, nel distretto di Bairut, li ruppe e procedette senz'altro contrasto fino a Gerusalemme.

Arrideva la fortuna ai Genovesi. Nella quaresima dello stesso anno 1101 partivano essi di Laodicea, colle galere, le navi e tutto l'esercito, costeggiando le città marittime infino a Caiffa, anticamente denominata Porfiria, che era de' Cristiani. Colà, per un violento fortunale, tirarono le galere in terra; il che tolse loro di potersi misurare, come avrebbero voluto, coll'armata del Soldano d'Egitto, forte di quaranta vele, che, sbattuta dal vento impetuoso, passò davanti alla costa, andando fino al porto di Ascalona.

Messer Guglielmo Embriaco rammentava ancora il primo incontro avuto cogli Egiziani, e volendo ricattarsi della perdita di due galere, che ho già raccontato ai lettori, fece quella medesima notte prendere il mare ad una parte dei suoi legni, per dar caccia al nemico. Ma fu tanta la rabbia del mare, che, giunti alle viste dei Saracini e già disposti a far arme in coperta, ne furono separati senz'altra speranza, e l'armata nemica ebbe campo a salvarsi.

— Sarà per un'altra volta! — disse l'Embriaco. E celebrata nelle acque di Porfiria la festa della domenica delle Palme, navigò verso Joppe; nella quale città gli venne incontro il re Baldovino colle bandiere spiegate e salutò l'armata e l'esercito con alto suono di trombe.

Colà, tirate in secco le navi, si sbarcarono i cavalieri e le ciurme. Baldovino volle i suoi Genovesi a Gerusalemme, dove entrarono, per la seconda volta il mercoledì santo, e dove, poi ch'ebbero digiunato tutto il giorno e la notte sopra il sabato, si recarono a visitare il Santo Sepolcro, aspettando che dal cielo, come era fama, si facesse scorgere in quel dì il lume di Cristo; fuoco miracoloso «disceso visibilmente dal cielo, il quale si vedeva accendere tutte le lampade che sogliono stare appese intorno al sepolcro.»

Ma per tutto quel giorno, nè la notte appresso, il santo lume non si mostrò, quantunque tutti lo dimandassero con lagrime, sospiri e Kirie eleison a perdita di fiato. Il patriarca Damberto, già vescovo di Pisa, li esortò allora a recarsi tutti nel tempio di Salomone, imperocchè Dio aveva promesso di consentire ogni dono a chi lo supplicasse con mondo cuore sull'ingresso del tempio. Andarono, a piedi scalzi, divotamente pregando, visitarono il tempio, chiedendo l'aspettato miracolo, a conforto della pietosa curiosità, indi ritornarono al Santo Sepolcro. L'accenditore era pronto e i nostri buoni antenati ebbero la grazia. Il vescovo Maurizio e il patriarca Damberto furono i primi, come era giusto, a veder scendere il lume in due lampade, che sogliono stare nell'ultima camera del Santo Sepolcro. «E diffusa la voce per la città, poichè la maggior parte erano andati a desinare, subito ognuno corse al tempio del Santo Sepolcro, e in quella meridiana luce furono vedute essere accese le sedici lampade che erano di fuori intorno al Santo Sepolcro, l'una dopo l'altra; e si vedevano a modo d'un fumo affogato ed ardente, che veniva dal cielo, ed ascendeva per l'acqua e per l'olio insino allo stoppino della lampada, e facevalo scintillare tre volte, e restava il lucignolo acceso.»

Non sono io che racconto; è Caffaro giovinetto e pieno di fede.

Dopo ciò, andarono i Genovesi alla visita dei santi luoghi. Videro il Giordano e tornarono a Joppe; con Baldovino deliberarono la espugnazione di Tiro (Assur, dicevano allora), e la condussero a buon fine in tre giorni. Poscia, nel mese di maggio andarono le galere coll'esercito all'assedio di Cesarea, detta anticamente Torre di Stratone, poi Cesarea, in onore di Cesare Augusto, da Erode che la riedificò, in ultimo Flavia da Vespasiano, che la fece colonia romana. Tirati i legni alla riva, i Genovesi occuparono di primo impeto il paese e stettero accampati nei giardini e negli orti insino alle mura della città. Intanto, colla usata diligenza, si diedero a fabbricare castella di legname ed altre macchine, per condurre innanzi l'assedio.

Impensieriti da quella vista, i Saracini mandarono due messaggieri, con parole di pace.

— La vostra legge, o Cristiani, non proibisce ella di uccidere uomini fatti a somiglianza di Dio, e di pigliare la roba d'altri? E nondimeno, voi, che siete maestri e dottori della legge cristiana, comandate alle vostre genti di uccider noi e di usurpare la roba nostra! —