Così cavillavano i Saracini. Ma udite come rispondesse di trionfo il patriarca.

— Noi non vogliamo già usurpare l'altrui, ma ricuperare la terra che fu dell'apostolo San Pietro e che appartiene a noi, come suoi vicarii e successori. Per quanto è dell'uccidere, Dio vuole che sia fatta vendetta, col coltello e colla spada, di chi fa contro alla sua legge. Lo ha detto il profeta: «A me si appartiene la vendetta, ed io sarò il pagatore; a me si appartiene far piaga e sanarla, e non è chi possa campare dalle mie mani.» E perciò brevemente vi diciamo che abbiate a restituire la città, e sarannovi salvate le persone e le robe; se no, Iddio vi ferirà col suo coltello, e sarete morti giustamente. —

Recata questa intimazione in città, si riconobbe che con simili avvocati non c'era a far altro. Il Cadì, capo civile della terra, avrebbe voluto arrendersi, per salvare le robe. Ma per contro, l'Emiro, che era il comandante militare, gridò che innanzi di render la terra voleva si provassero le spade dei suoi uomini con quelle dei Genovesi, sperando egli di far partire questi ultimi dall'assedio, e con loro grande vergogna. E prevalse, com'era naturale, il consiglio dell'Emiro.

Udita questa risoluzione, che gli parve arrogante oltre ogni credere, il patriarca arringò l'esercito.

— «Venerdì prossimo, che è il giorno della Passione, la mattina per tempo, dopo che ciascuno di voi avrà comunicato e ricevuto il corpo e il sangue del Signore, senza castella e senza macchina alcuna, con le sole scale delle galere, salirete sulle mura; e se avrete fede che, non per virtù vostra, ma per grazia di Dio dobbiate aver vittoria della città, io vi annunzio e profetizzo che, prima dell'ora di sesta, Dio onnipotente darà in vostra mano la città, gli uomini, le ricchezze ed ogni altra cosa che essa contiene.» —

Parlava l'entusiamo, non l'arte, e molto meno il senno militare. Ma per allora non era il caso di aver contraria opinione. Guglielmo Embriaco, pensandoci su quel tanto che può correre dal lampo al tuono, accettò l'invito del Pisano, ma a patto di essere il primo a tentare l'impresa, forse per non assistere allo sbaraglio de' suoi, se falliva. Il vescovo aveva a mala pena finito di parlare, che egli secondò con infiammate esortazioni l'audace proposito, facendo giurare l'esercito che lo avrebbe immantinente seguito all'assalto.

— Con voi, capitano, alla morte e alla gloria! — gridò Arrigo da Carmandino, a cui fecero eco tutti i suoi generosi compagni.

— Orbene, andate alle galere, spiccate le scale di fuori banda e venite. Nessun invito ha da essere tenuto più prontamente di questo, che ci ha fatto il patriarca Damberto. —

Corsero le ciurme; tolsero le scale dai bandinetti, e via di corsa, a braccia tese, fino a' piè delle mura, circondati da numeroso stuolo di cavalieri. Guglielmo Embriaco, Testa di maglio, era il primo di tutti. Armato di corazza, di lancia e di spada, pose il piede sulla prima scala che fu accostata al muro, e si inerpicò veloce di piuolo in piuolo, senza pure munirsi di scudo, contro le frecce, i sassi e la rena infuocata, che gli avventavano sopra i nemici. L'elmo di ferro, e più la fortuna, schermì l'animoso condottiero, che giunse ad afferrare la merlata, mentre la scala, non potendo sostenere il gran numero di coloro che seguivano, si rompeva, facendo cadere quei volenterosi nel fosso.

— Sire Iddio! — gridò il Carmandino, rizzandosi a stento sulle ginocchia. — L'ho detto io, che si saliva in troppi!