La prima cinta, siccome è noto, si ristringeva al colle di Sarzano (fundus Sergianus) e suoi dintorni, formando un quadrato irregolare, due lati del quale si bagnavano in mare, e gli altri due si prolungavano dentro terra, andando a chiudersi, verso tramontana, in cuspide di freccia, alla porta di Sant'Andrea, una delle cinque per cui si entrava in città. Senonchè, nell'anno 925, si conobbe che la vecchia cinta era strettina parecchio, di guisa che i cittadini già avevano incominciato a rizzar le case di fuori. E allora i consoli fecero una giunta alla derrata, prolungando le mura verso ponente, in modo da poter chiudere nel nuovo giro la chiesa cattedrale di San Lorenzo, le case su cui fu murato più tardi il palazzo del Comune, e tutte le altre verso il mare, dove, tra una chiesa ed una porta (il luogo dicevasi appunto San Pietro della Porta), aveva a costituirsi il centro del traffico genovese, sotto il nome famoso di piazza de' Bianchi.
Come vedete, la città non era spaziosa. Per contro, le case salivano in su, come altrettante torri di Babele, per dare la scalata al firmamento; e le strade non vedevano, la più parte, che una breve lista di cielo, mentre tante altre non ne vedevano affatto.
Fortunati erano gli abitanti del colle di Sarzano, e più fortunati ancora gli Embriaci, la cui torre, sebbene eretta a mezzo il pendìo, si alzava smisuratamente, signoreggiando la sommità delle colline circostanti e del mare vicino. La torre minacciosa presentava i suoi quattro spigoli ai quattro punti cardinali, quasi volesse sfidarli a battaglia. A levante vedeva Carignano (fundus Carinianus) su cui erano ancora da nascere le case dei Fieschi e de' Sauli; più presso, ma sempre dallo stesso lato, il vasto colmo di Sarzano, che le schierava dinanzi le torri del vecchio Castello, insieme colle case dell'arcivescovato. Da settentrione le si affrontavano i monti e le colline digradanti ad anfiteatro fino alla chiesa di Santo Stefano e a quella di Sant'Ambrogio, ove la lunga ospitalità del V secolo al clero ambrosiano avea ristretti gli antichi vincoli di fratellanza tra genovesi e milanesi. Da ponente andavano man mano allungandosi le coste dei monti, lasciando tra le loro falde e il mare un largo campo alle sparse ville, donde torreggiavano i campanili di San Giovanni di Piè, di San Siro e di Nostra Signora delle Vigne, coi loro cappelli di pietra. Lascio pensare ai lettori come avesse a destare l'invidia universale messer Guglielmo Embriaco, padrone di quella torre e delle case sottoposte.
Per molte altre ragioni egli era del resto invidiato, quel degno capitano ed ottimate di Genova. E i lettori sullodati le sapranno tutte per filo e per segno, se non darà loro fastidio lo attendere.
Nella mattina del 20 ottobre dell'anno 1101 (ripeto la data per non avere a tornarci più su) una bella fanciulla, dalle forme elette e dal leggiadro portamento, stava ritta sull'alto della torre che ho detto, facendosi solecchio con una mano, tesa in arco sulle ciglia, mentre coll'altra si appoggiava lievemente alla merlata, ond'era cinto tutto intorno il terrazzo. E il sole, mentre spaziava a sua posta in capricciosi riflessi tra le bionde chiome della fanciulla, rammorbidiva la sua luce sul volto roseo, segnandone senza rigidezza i graziosi contorni, e lasciando la sua giusta parte di efficacia al profondo bagliore di due occhi pericolosamente turchini.
Ho detto pericolosamente turchini, e non mi disdico. Se forse l'ardimento della frase non trova grazia presso i castigati scrittori, io so, per contro, di aver dalla mia le ombre di tutti i genovesi che vissero nei primi trent'anni del dodicesimo secolo e si sentirono feriti dagli occhi inconsapevoli della bella Diana degli Embriaci.
Tornando alla mia descrizione (brevissima, non dubitate, e appena quel tanto che può parer necessario ai più frettolosi) vi dirò che una veste di lana bianca le si stringeva alla vita, scendendo in larghe pieghe dal fianco, senz'altro ornamento che una molle cintura di cuoio. I capegli, non rattenuti da reticella, o trecciera, apparivano poco meno che sciolti, e in dorate anella le ricadevano sul collo. Così semplice nella sua foggia di vestire, ma ricca di grazie naturali, ella era la più leggiadra figura di donna che si potesse immaginare sognando. Laonde, non ho mestieri di dirvi se facesse dar volta al cervello dei giovani cavalieri, quando essi la vedevano scendere, accompagnata dalle sue donne, per recarsi a pregare nella chiesuola vicina di San Cosmo, o nell'altra, poco più lunge, di San Pietro alla Porta.
Diana, dal canto suo, non badava ad alcuno; e non già per infinta verecondia, chè ai tempi suoi le istitutrici forastiere e i monasteri del Sacro Cuore erano ancora di là da venire, sibbene perchè il cuore della bella Diana era in Terra Santa, dove stava suo padre, dove stavano i fratelli. E siccome il cuore delle fanciulle (così dispose provvidamente la divina bontà) non può contentarsi ai soli affetti di casa, è ragionevole il credere che in Terra Santa ci fosse qualchedun altro, il quale tenesse la miglior parte di quel cuoricino in amorosa custodia.
Una supposizione di questa fatta servirebbe anco a chiarirvi perchè la fanciulla, che da parecchi mesi soleva passare ogni giorno lunghe ore sull'alto di quella torre, guardando con mesta assiduità sul mare, là dalle parti di levante, da alcuni giorni usasse guardarvi con ansia irrequieta, e stancasse i suoi begli occhi azzurri su quelle liste luminose segnate dal sole là dove il mare sembra confondersi col cielo, e dove sogliono apparir le navi a guisa di punti neri.
E di punti neri ella ne aveva scorto quella mattina più d'uno; i quali erano venuti a mano a mano ingrossando e già davano sembianza d'una armata in viaggio. Al momento in cui la mia storia incomincia, quei legni erano già a due tratti di balestra dalla punta del Faro, e un occhio esercitato nelle cose marinaresche ne poteva distinguere le insegne.