«Se scampano, ritornano al loro signore: se sono presi, vogliono morire, credendo ritornare al paradiso.
«E quando il Veglio vuol far uccidere alcun uomo, egli prende il giovane e dice: va, fa' tal cosa, e questo ti fo perchè ti voglio far ritornare al paradiso. E gli Assassini vanno, fannolo molto volontieri.
«E in questa maniera non campa niun uomo dinanzi al Veglio della Montagna, a cui egli la vuol fare. E sì, vi dico, che più re gli fanno tributo per quella paura.»
Adesso, lettori umanissimi, chiuderemo i viaggi di Marco Polo, per dir brevemente dell'altro. Era l'ascisce quell'oppiato con cui i capi dell'infame sètta annebbiavano l'intelletto dei loro sicarii, riducendoli in quello stato di stupida obbedienza, che li rendeva così terribili ai principi d'Asia e d'Europa. Questi esecutori dei feroci comandi, che erano i giovani Fedàvi, andavano vestiti di bianco, con berrette e cinture rosse, e armati di acute daghe; ma usavano ogni foggia di travestimento, allorchè erano mandati a qualche impresa difficile.
Tra per forza d'armi e d'inganni, gli Assassini s'impadronirono in breve di molte castella e luoghi muniti della Persia. Il soldano Malek Scià li assalì, i dottori della legge li scomunicarono; ma i Fedàvi spargevano morti segrete fra i nemici dell'ordine; il ministro del sultano, Nizam-u-Malk, fu colpito di stilo; il suo signore morì poco dopo, improvvisamente, e di veleno, come ne corse il sospetto.
Di là si sparsero nella Siria. Al tempo di cui narro, Abus Wefa, Dai al Kebir d'Occidente, doveva passare dal castello di Kanat fino alle montagne presso Tripoli (Tripoli di Palestina, intendiamoci), stringer trattati coi Turchi, che gli cedettero alcuni distretti, e perfino col re di Gerusalemme, Baldovino II, essendo auspice e mediatore al trattato Ugo de' Pagani, un gran maestro dei Templarii!
Capite che roba? Per fortuna, di questo non abbiamo a trattar noi. Siamo nel 1102; Hassan, il terribile Sceik al Gebal, è nella sua rocca persiana di Alamut, dove camperà ancora ventidue anni. Abu Wefa, il gran priore di Palestina, è tuttavia a Kanat, donde negozia e congiura con Afdal, l'usurpatore, e con Bahr Ibn, il pretendente al trono d'Egitto, coi Sultani Selgiucidi, coi reali di Gerusalemme, con tutti, pur di estendere il suo dominio nella Terra Santa, intorno al nuovo regno della Croce; disposto insomma ad allearsi con uno dei tanti, per vincere gli altri, e tradir tutti ad un modo. Era la politica del tempo; è pur troppo la politica di tutti i tempi.
I nostri viaggiatori, brevemente informati di ciò che sapeva Abd el Rhaman intorno a questi Assassini, tennero consiglio tra loro. Lo scudiero voleva che si andasse tutti ugualmente, perchè gli Assassini, se erano davvero gli amici dello Sciarif e se questi si era avvicinato al loro castello, non dovevano incuter timore; e infine perchè non erano ladroni, nè usavano andare attorno in così gran numero, da spaventare una schiera di gente risoluta.
Ma prevalse il consiglio di Gandolfo, che si avesse a dividere la gente in due schiere. La prima e la più numerosa, coi cammelli e una parte degli arcadori, sarebbe rimasta in attesa al pozzo di Rehobot; egli, con una mano di uomini volenterosi e una guida araba, si sarebbe spinto innanzi per le gole di Cades, alla ricerca di Bahr Ibn. Un campo numeroso, come doveva essere quello dello Sciarif, non poteva mica nascondersi così facilmente in quei luoghi, nè viverci in guisa che se ne avessero a perder le tracce.
Caffaro di Caschifellone aveva assentito al parere di Gandolfo. E voltosi al biondo scudiero, gli aveva detto: