La sètta aveva un capo supremo, Dai el Dvat, ossia direttore dei missionarii, e una dottrina segreta, a cui si giungeva per iniziazioni successive; lungo i gradi superiori della gerarchia. Avvenne che uno di que' dais, chiamato Hassan Ben Deba Homairi, parendogli troppo lento e timido il progredir della sètta, immaginasse di stabilirne l'impero con una vasta cospirazione e coll'assassinio. In gran favore al Cairo, potente nella scuola, propenso alle idee persiane circa la nessuna importanza degli atti esteriori, Hassan ammetteva che i concetti capaci di ingenerare la convinzione personale avessero anche il diritto di armare la mano dell'uomo convinto; che la guerra, fondata sul consenso delle moltitudini, era più incomoda, più malagevole e più micidiale dell'uccisione proditoria, la quale non richiede altro, fuorchè un braccio devoto ed audace.

Così trionfava la legge del pugnale. Per svolgere più liberamente il suo codice nuovo. Hassan nel 1090 s'impadronì con inganno del castello di Ilhaamut, o il nido d'avoltoi, così chiamato per la sua eminente postura non lungi da Casvin, nelle montagne di Rudbar; ne fece una cittadella inespugnabile, dove educava i suoi sicarii, e da dove egli fulminava la morte a' suoi nemici, a mano a mano che li avea condannati. Solo e chiuso nelle sue stanze, lo Sceik el Gebal (vecchio della montagna) non uscì che due volte nei trentacinque anni del suo spaventoso regno, di là trasmettendo i suoi cenni a tre grandi priori (Dai al Kebirs) che comandavano in suo nome, a Gebal, nel Kuhistan e nella Siria, e guidando, con mente fredda e sicura, il pugnale dei fedàvi. Questi, il cui nome significa «coloro che si sacrificano» erano giovinetti comperati o rapiti nei teneri anni, educati a non avere altro Dio che il vecchio della montagna, altra volontà che la sua, pronti ad ogni sbaraglio, agguerriti in ogni maniera di prove.

Si leggono nella storia delle crociate meravigliosi racconti intorno al fanatismo di quei sicarii. Il conte di Sciampagna, visitando un giorno il castello di Alamut, vide due uomini ad un semplice comando del padrone precipitarsi dall'alto di una torre, per dare a lui, come straniero, un giusto concetto della disciplina che regnava colà. Infiammati questi giovani mercè la predicazione, si addormentavano con un beveraggio ed erano portati a risvegliarsi in un giardino di delizie. Ma qui, lettori, se permettete, dò la parola al più veridico dei narratori, le cui storie meravigliose parvero fino ai dì nostri un romanzo.

«Il Veglio aveva fatto fare tra due montagne in una valle il più bel giardino e il più grande del mondo; quivi avea tutt'i frutti e li più belli palagi del mondo, tutti dipinti a oro e a bestie e ad uccelli. Quivi era condotti; per tale veniva acqua, per tale miele e per tale vino. Quivi era donzelli e donzelle, gli più belli del mondo e che meglio sapevano cantare, suonare e ballare. E faceva lo Veglio credere a costoro che quello era il paradiso... perchè Maometto disse che chi andasse in paradiso avrebbe di belle femmine tante quante volesse, e quivi troverebbe fiumi di latte, di miele e di vino. I Saracini di quella contrada credevano veramente che quello fosse il paradiso. E in questo giardino non entrava se non colui che il Veglio volea fare assassino.

«All'entrata del giardino il Veglio aveva un castello sì forte, che non temeva niun uomo del mondo. Il Veglio teneva in sua corte tutti giovani di dodici anni, che gli paressero da diventare prodi uomini. Quando il Veglio ne faceva mettere nel giardino a quattro, a dieci, a venti, faceva loro dar bere oppio; e quelli dormivano bene tre dì. E facevali portare nel giardino e al tempo li faceva svegliare. Quando i giovani si svegliavano, e si trovavano là entro, e vedevano tutte queste cose, veramente si credevano essere in paradiso. E queste donzelle sempre stavano con loro in canti e in grandi sollazzi; donde egli avevano sì quello che volevano, che mai per lo volere non si sarebbono partiti.

«Il Veglio tiene bella corte e ricca, e fa credere a quelli della Montagna che così sia com'io vi ho detto. E quando egli vuol mandare alcuno di que' giovani in qualche luogo, fa dar loro un beveraggio per cui dormono, e li fa recare fuor del giardino nel suo palazzo.

«Quando e' si svegliano e si trovano quivi, molto si maravigliano, e sono assai tristi, perchè si trovano fuori del paradiso. Eglino se ne vanno dinanzi al Veglio, credendo che sia un gran profeta, e inginocchiansi.

«Egli domanda loro: donde venite?

«Rispondono: dal paradiso: e gli contano quello che v'hanno veduto dentro, e hanno gran voglia di tornarvi.

«E quando il Veglio vuol fare uccidere alcuna persona, egli fa torre quello lo quale sia più vigoroso, e fagli uccidere cui egli vuole; e coloro lo fanno volentieri, per ritornare nel paradiso.