— Come sapete; — rispose con nobile modestia l'Embriaco; — vo a fare il debito mio e nulla più. Per quanto è di sostenere il buon nome di Genova, voi mi fate, messer Arrigo da Carmandino, troppo gagliarde le spalle. Sono dei primi pel buon volere, non già per l'efficacia delle opere.

— Messer Guglielmo, consentite, che, per amore di verità, io pensi di voi l'una cosa e l'altra. Così voi mi credeste degno di combattere al fianco vostro, come io vi seguirei di buon grado, avendolo per somma grazia ed augurio fortunato. —

La lode dei buoni è grato conforto agli ottimi; e questo è tanto vero, e lo fu tanto in ogni tempo, che a Guglielmo Embriaco le parole di Arrigo da Carmandino toccarono il cuore. Egli non rispose nulla; ma, presa la mano del giovine, la strinse con indicibile affetto. Diana alzò, per guardare Arrigo, i suoi begli occhi azzurri; e traluceva da quegli occhi un sorriso di cielo.

Che cuore fu il vostro, che dolci pensieri vi passarono pel capo, messere Arrigo da Carmandino, quando sentiste la stretta di quella mano paterna e la virtù di quello sguardo virgineo? Per fermo i vicini, in quel momento, videro sulla vostra fronte un'aureola, come quella dei santi, poichè hanno goduto l'aspetto di Dio. E Diana stessa, la leggiadra Diana, ebbe sicuramente a vedere alcunchè di simile, perchè tenne a lungo i grandi occhi fissi su di voi, in atto di compiacenza e di meraviglia.

— Arrigo da Carmandino, — disse, dopo brevi istanti, il padre della fanciulla, — voi siete un nobil garzone e degno d'esser amato da quanti vi conoscono. Non avete voi ancor presa la croce?

— No, messere; — rispose turbato il giovine. — Il desiderio me ne aveva colto fin dal primo giorno che il venerando vescovo di Grenoble arringò il popolo dalla gradinata di San Siro. Ho tardato, per timore non già, sibbene....

— V'intendo, messere; — ripigliò con amichevole festività l'Embriaco; — aspettavate la fascia di zendado trapunta dalla donna dei vostri pensieri.

— Non vi apponete che a mezzo; — rispose Arrigo, facendosi rosso per la terza volta. — La donna che io amo, dopo Dio e la mia fede di cavaliere, è cosa troppo alta per me, e forse io non potrò sperar mai di portarne i colori. Soltanto avrei desiderato che ella sapesse del mio disegno, per leggere nei suoi occhi un saluto. Ma lasciatemi andare; — soggiunse il giovane, dopo aver dato una timida occhiata a Diana; — io non potrei rimanere più oltre al fianco vostro, senza la croce vermiglia sul petto. —

E dette queste parole, Arrigo si mosse con giovanile baldanza verso la chiesa. Il popolo fece largo al cavaliere, sapendo che non si correva tanto in fretta verso il buon vescovo di Grenoble, se non per avere il segno della crociata. E infatti, pochi istanti dopo, il giovine Arrigo era ai piedi di Ugo, diceva il suo nome e tornava benedetto, coi due scampoli di scarlatto incrociati, verso il luogo dove aveva lasciato Guglielmo Embriaco e la sua celeste figliuola. Tutti gli astanti, che conoscevano il terzogenito di Ingo e di Rainoisa (una tra le più belle gentildonne di Genova, alla quale egli somigliava moltissimo) lo salutarono con lunghi evviva; ma il suo trionfo egli lo gustò tutto intiero negli occhi raggianti della bellissima fanciulla e nel bacio del padre di lei.

— Siate il ben venuto, — gli disse questi, — tra i cavalieri di Cristo. Ora è tempo di tornarcene alle case nostre. Arrigo, venite un tratto con noi?