Questo narrava Goffredo; e gli animi sempre più s'infiammarono. Urbano impartiva l'indulgenza plenaria a chiunque, pentito e confessato, si votasse all'impresa. «Dio lo vuole! Dio lo vuole!» Fu questo il grido dei baroni, quando Urbano ebbe finito di parlare; e tutti si gettarono ai piedi dei padri del Concilio, per ricevere i due scampoli di lana vermiglia, assestati in forma di croce e cuciti sull'òmero. Di quelle croci ne furono distribuite oltre un milione. Ventura pei lanaiuoli, e non per la nobile impresa, che fu ben lungi dal raccogliere un così gran numero di combattenti.

A Genova, il popolo si commosse a sua volta per l'arrivo di Ugo, vescovo di Grenoble, e di Guglielmo, vescovo di Orange, i quali, caldi ancora degli entusiasmi di Chiaramonte, venivano ai genovesi per invitarli alla crociata, e parlavano alla gente dalle gradinate delle chiese, distribuendo le insegne vermiglie a quanti le chiedevano, che molti furono e dei più riputati cavalieri di Liguria. Fra i primi che pigliarono la croce furono Anselmo Rascherio, Dodone degli Avvocati, Lanfranco Rosa, Opizzone Musso, Oberto de Marini, Ingo Flaòno, Nascenzio Astore, Guglielmo di Buonsignore e Oberto Basso delle Isole.

Tornando colla mente a que' giorni di altissima concitazione di spiriti, è agevole immaginare quale onda di popolo traesse a San Siro e a Santo Stefano, intorno a quelle gradinate donde i due vescovi arringavano la moltitudine. Nobili e popolani, uomini e donne, vecchi e fanciulli, tutti si accalcavano a quei sacri spettacoli, tutti volevano la guerra santa, tutti avrebbero voluto la croce.

Ma il Papa non chiedeva a Genova guerrieri soltanto. Genova, già potente sul mare, doveva fornire navi e marinai per condurre un grosso di crociati d'Occidente in Soria; e mentre i cavalieri e il popolo minuto s'infiammavano per la guerra santa, non sognando che botte da orbi ai Saracini, i Consoli vedevano in quella spedizione lontana e gloriosa, la sorgente delle nuove fortune di Genova.

Anche Guglielmo Embriaco, il nobile figlio di Guido Spinola, il consanguineo degli Avvocati, dei Marini e degli Isola che ho nominati poc'anzi, aveva posta la croce vermiglia sulla cappa bianca, e il suo fratel maggiore, Primo di Castello, aveva imitato l'esempio. Ora egli avvenne che un di quei giorni, Diana pregasse il padre di condurla a vedere il vescovo di Grenoble, che dalla gradinata di Santo Stefano teneva discorso ai fedeli. E messere Guglielmo, da quel padre amoroso che egli era, condusse la figliuola, con gran corteggio dei suoi famigliari, fuor della porta di Sant'Andrea, fino ai piedi dell'erta su cui sorgeva la chiesa del protomartire, tutta listata di marmo bianco e pietra nera di Promontorio, giusta il costume d'allora.

Il popolo accolse con liete grida il nuovo crociato, e Arrigo da Carmandino (vedete se la fortuna non aiuta gl'innamorati) ebbe in sorte di far luogo presso di sè a messer Guglielmo e alla sua bella figliuola.

L'Embriaco salutò cortesemente il Carmandino, e questi si fece tutto rosso, nel ricambiarlo della sua cortesia. Gli occhi di Diana si erano incontrati nei suoi; Diana lo aveva salutato per la prima volta, e Arrigo aveva sentito il sangue rifluirgli al cuore, chè mai gli era parso di aver provato altrettanta allegrezza.

Il tacere più oltre sarebbe stato disdicevole. Guglielmo conosceva Arrigo per un gentil cavaliere, del sangue di Ido Visconte, da cui, come ho detto più sopra, scendevano anche i signori di Manesseno. E Carmandini ed Embriaci avrebbero potuto vantare un dugento anni di certa genealogia, che era già molto per quei tempi, se allora, più che da un lungo ordine di avi, non si fosse reputato più bello derivar fama dalle opere proprie. E nemmeno allora si usavano stemmi a contraddistinguere le casate. Ogni cavaliere inalberava l'emblema che più gli andasse a grado, per essere riconosciuto in giostra, o in battaglia. Soltanto dopo la prima crociata, l'emblema, illustrato sui campi di guerra, parve degno d'essere perpetuato, ad onore di tutto il lignaggio. Così ad esempio gli Embriaci lo portarono d'oro, con tre leoni rampanti di nero; i Carmandini ebbero lo scudo partito di nero e d'argento, con un leone rampante dall'uno all'altro.

Torniamo ad Arrigo. Il giovane, dopo una breve pausa, che gli fu necessaria per trovar le parole, e arrossendo da capo, come potete immaginare cercando tra le memorie della vostra giovinezza il caso consimile, si fece animo a dir qualche cosa.

— Messer Guglielmo, — cominciò egli, — voi dunque partite, per andarvene in Terra Santa a sostenere il buon nome dei cavalieri genovesi?