Vedete, infatti; Ido, il capostipite di tante famiglie, era visconte nel 952, con larga signoria nei pressi di Genova, segnatamente nella valle di Polcevera. Ebbe tre figli, un Oberto Visconte, un Migesio, donde venne il casato delle Isole, e un altro Oberto, detto di Manesseno. Dal primo dei tre, per una genealogia di Ido, Ingo, Rainfredo, e Ingo da capo, scendiamo ai tre fratelli, Gandolfo, Ido ed Arrigo, avvocato il primo del monastero di Santo Stefano, futuro console il secondo, crociato il terzo e uno dei principali personaggi della mia storia.

Torniamo indietro fino al capostipite; lasciamo da banda il suo secondogenito Migesio, e andando a cercare il terzogenito, Oberto di Manesseno, lo vediamo padre a Belo Visconte, da cui nacque un Guido, che fu il primo ad assumere il nome di Spinola, uomo la cui liberalità e la magnificenza andavano famose per tutta Liguria. Narra il Giustiniani (e gli s'ha a credere, in mancanza d'altre autorità) che questo messer Guido usasse onorare gli ospiti suoi facendo spillare da più botti parecchie sorte di vino. Ora, in vernacolo genovese, spinolare è lo stesso che l'italiano spillare, e dicesi spinola lo zipolo con cui si chiude la cannella delle botti. Per tal modo il visconte Guido fu chiamato lo Spinola, e uno zipolo diventò nome ed anche insegna di casato, perchè da quel tempo in poi la famiglia la portò d'oro, con una fascia scaccata di rosso e d'argento di tre file, sormontata da una spina di botte, di rosso, in palo. Notate la mia sbardellata scienza araldica, mentre io proseguo la genealogia, raccontandovi che questo messer Guido ebbe sette figliuoli, un Oberto, un Guido ed un Ansaldo, che si adoprarono a perpetuare il nome degli Spinola; un Primo, che tolse il nome di Castello e fu davvero il primo di tal casato; un Guglielmo, che fu capostipite ai Medici ed agli Alineri; un Amico, che assunse il soprannome di Brusco e fece anch'egli la sua brava razza a parte; finalmente un nuovo Guglielmo, il più glorioso di tutti, distinto col nome di Embriaco e salutato dai suoi soldati col nomignolo, che già conoscete, di Testa di maglio.

E adesso che vi ho dato un cenno bastevole di tutte queste parentele, torno ad Arrigo. Egli era per fermo uno dei più leggiadri cavalieri di Genova, e non avreste trovato chi lo agguagliasse in trattar lancia e spada, o cavalcare in giostra e gualdana. Neanco poteva dirsi fosse digiuno di studi; chè anzi in cotesto egli era andato più oltre che non comportassero le costumanze d'allora. Mite era dell'animo, ma pronto a metter fuori la spada contro ogni atto che gli paresse iniquo, laonde non è a dire come egli avesse il cuore aperto ad ogni affetto generoso.

A ventidue anni, Arrigo non aveva ancora amato. A chi gli toccava di ciò, egli solea dire che il suo cuore avrebbe dato ad una donna, ma per sempre, e che però non si sarebbe innamorato al primo uscio. Arrigo aveva ragione, sebbene molte vaghe gentildonne tenessero contraria sentenza; e lo aspettare fu bene, imperocchè diede agio al caso di condurlo una certa mattina alla chiesa di San Pietro alla Porta, ove per la prima volta s'avvenne in quella rara bellezza della fanciulla degli Embriaci.

Quel giorno, le sue preghiere non andarono tutte all'altare, ed egli adorò il creatore nella sua creatura. Quegli occhi azzurri non si erano pure fissati su lui, quantunque egli si mettesse a bello studio accanto alla pila dell'acquasanta, quando Diana fu per uscire di chiesa; ma Arrigo non si diede per vinto, e da quel giorno gli fu caro aver perduto la pace dell'anima. Dovunque la donna andasse, Arrigo era; dovunque fosse, non indugiava ad apparire; di guisa che, finalmente, ella ebbe ad avvedersi di quel costante amatore, e il suo cuoricino incominciò ad accogliere una immagine d'uomo, il suo labbro a mormorare un nome, allorquando ella udiva, di nottetempo, sotto i veroni della sua casa, certe ballate in provenzale, che era la lingua amorosa di tutti, e parte principale della educazione dei giovani.

Se Arrigo avesse continuato di quella forma nei suoi lai di troviere, forse i posteri avrebbero parlato meno di Folchetto, suo concittadino, che doveva salire più tardi in tanta rinomanza nell'arte. Ma i canti di Arrigo ebbero fine ben presto. La voce improvvisa di Pietro Eremita aveva scosso l'Europa. Quel pazzo sublime, che, senza pure saperlo, dovea col suo grido dare indirizzo nuovo alla storia, era venuto in Occidente a raccontare la caduta di Gerusalemme in balìa dei Saraceni feroci e le crudeltà patite dai pellegrini, che andavano a pregare sulla tomba del Cristo.

La cosa era grave, più grave che non si argomenti ai dì nostri. Al sepolcro del Nazareno andavano i peccatori di tutta Europa a purgarsi dei loro misfatti, e in quei tempi non ancora usciti dalla barbarie, una simile derrata abbondava anzi che no. Premeva alla chiesa, premeva alla Cristianità tutta quanta, che la via di Gerusalemme non fosse impedita. Le città marinare avevano inoltre bisogno di allargare i loro traffichi, e l'Oriente era l'Aurea Chersonesus per essi. Vi erano poi gli uomini di lancia e spada, vaghi di nuove imprese, infastiditi delle guerricciuole di casa, signori di poca terra, o di nessuna, tutti travagliati da una gran sete di possanza e di gloria.

Cotesto vi chiarirà come la voce del monaco dovesse essere udita da un capo all'altro d'Europa, e come scaldar l'animo di chierici e laici, d'uomini di cappa e uomini di spada. A cavallo su d'una mula, che meriterebbe di essere glorificata dalla storia, non foss'altro, per le sue lunghe e faticose trottate, Pietro ne andava di città in città, di terra in terra, col crocifissso in pugno, predicando, piangendo, ed incitando i Cristiani a liberare il Santo Sepolcro. Un pietoso entusiasmo, che andava spesso oltre i confini della pazzia, rispose alle concitate orazioni del monaco; le popolazioni intiere si schieravano sulle sue orme, chiedendo la guerra santa ai loro signori; ed a questi si destavano arcani desiderii, ribollivano alte ambizioni nel petto.

Il concilio di Chiaramonte, radunato nel 1095 sotto la presidenza di Urbano II, deliberò che la guerra santa si facesse. La piccola città di Chiaramonte non bastava a capire tutta quella pioggia di principi e di vescovi, di ambasciatori, di baroni e di frati, che erano accorsi al concilio. Una cronaca di quel tempo narra che, a mezzo novembre, le città e borgate dei dintorni erano così piene di popolo, che fu mestieri di rizzar tende pei campi e recarsi in santa pace un freddo, che non usava misericordia ai cristiani.

A quel concilio si presentò anche Goffredo, duca di Bouillon, che doveva capitanare più tardi i crociati. Il prode soldato, pochi mesi addietro, era andato in Terra Santa col conte di Fiandra ed altri pellegrini della sua levatura. Passati in Genova, si erano imbarcati sopra una nave chiamata Pomella, e approdati al porto di Joppe avevano proseguito il viaggio per alla volta di Gerusalemme. Si erano presentati alla porta del Sepolcro; ma i Saraceni che vi stavano a custodia ne avevano negato loro l'accesso, volendo che pagassero prima un bisanto per ciascheduno. I nostri gran signori non avevano quattrini; il tesoriere della comitiva era rimasto indietro un buon tratto di strada. Si venne a parole, e il pio Goffredo vi buscò una fiera ceffata, di cui si sarebbe fatta subitanea vendetta, se i cristiani non fossero stati così pochi e così numerosi i Saraceni.