—Così, come in caserma;—dice egli.—Ma scusino la libertà grande; con tutta la loro arte di scherma, penso che non faranno prodigi. Il bastone è l'arma per eccellenza; lo diceva il nostro professore al battaglione; ma è pure un'arma molto difficile.

Mastro Raffae', non te ne incaricare;—gli rispondo io.—Vedrai che in caserma non si è mai fatto meglio di qui; e vorrai, spero, esserci largo della tua alta approvazione.—

Volendo dimostrargli che la scherma del bastone non è poi l'arca santa per noi, ci mettiamo in posizione, gli facciamo sotto il naso un mulinello in piena regola; poi caschiamo in guardia, io di terza e Filippo di quarta, invitandoci l'un l'altro coi soliti inganni all'attacco di primo appetito. Ma nessuno dei due si lascia cogliere alla lustra; vogliamo persuader Pilade che non siamo al bastone quei novellini che egli s'immaginava, e procediamo per via di finte, tastandoci, attaccando guardinghi e parando, scaldandoci a grado a grado nel giuoco, accennando alla testa, alla faccia, sui fianchi, facendo insomma tutto quello che è necessario tra schermitori provetti. Intanto, a quel nuovo bisogno di associar le due mani in un solo lavoro, si sciolgono i polsi, brillano i muscoli, guizzano, si stendono e si contraggono i tendini, fulminando imperiosi ogni moto che gli occhi vigilanti avvertano necessario alle membra in orgasmo. Eccoci al punto buono; si colpisce strisciando qua e là, si para un po' meno e si risponde di più, si picchia e si ripicchia, ora alternamente ed ora all'unisono, come due battitori indefessi, quando menano il correggiato sull'aia, e volano i colpi, rombano in alto, calano impetuosi i randelli, nè l'occhio discerne più il manfanile dalla vetta, non vedendo più neanche la gòmbina.

Quello che non si vede, qualche volta si sente; e come! In quella cieca tempesta di bastonate, me n'è calata una sulle nocche delle dita, che mi fa vedere, se non altro, le stelle. Inferocisco; mi caccio sotto al mio avversario, ho la fortuna di guadagnar mezzo tempo e di assestargliene una di sotto in su, che gli fa sgusciar di mano il bastone. Ma non c'è da cantar vittoria; il mio avversario si china rapidamente, abbranca il bastone, sguizza via prima che io passi dal montante al fendente, torna all'assalto più infellonito che mai. Egli a me ed io a lui, si picchia così sodo e così lungo, che i poveri bastoni non ne possono più, gemono, si sfibrano, si sfasciano, a guisa di canne peste.

—Ne hanno abbastanza?—chiede il maestro di combattimento.

—No;—brontolo io.

—No;—rugghia Filippo.

E vorremmo proseguire; ma Pilade ha posto in mezzo il suo bastone di comando.

—Si fermino dunque un minuto secondo; dice egli, a mo' di —conclusione;—e prendano due bastoni nuovi. Questi li hanno —finiti.—

Si buttano i due avanzi miserevoli, si afferrano le due vette nuove che Pilade ci porge con nobilissimo gesto, e giù da capo la gragnuola. Pare che i bastoni nuovi ci abbiano rinnovate le forze. Sicuramente hanno migliore la presa, e i colpi ci vengono più aggiustati. Vedo io doppio come un toro infuriato, o Filippo è gravemente ferito? Certo, è toccato alla guancia, tra l'occhio e l'orecchio destro, e il sangue gli spiccia da uno strappo che mi pare assai lungo. Vorrei fermarmi, e faccio intanto un gesto d'angoscia.