—Ah, quelli poi…. se mi date licenza, mi sfogo. Quelli, poi, mi fanno perder le staffe. Non ho mai visto più molesti…. come chiamarli? Lasciamo il sostantivo; certo l'Alighieri non li avrebbe chiamati mai graziosi nè benigni.

—Bene, bene! Così mi piacete; sincero. Ancor io, son tutta impastata di sincerità. E vi seccano dunque, come seccano me? Un momento mi è parso di avervi capito, quell'unica volta che siete venuto a vedermi. Siete rimasto un'ora, e nessuno di quei signori, che c'erano già da due ore, si è mosso, tanto che voi ve ne siete andato prima di loro. Già, fanno sempre così; sospettosi con tutti, ed anche peggio tra loro. Se resto la sera a casa, suonano le dieci, suonano le undici, e nessuno si vuol muovere per il primo; cosicchè io sono costretta a congedarli in massa. È una persecuzione. Qualche volta casco dal sonno, e non se ne vogliono accorgere. Molesti animali; avete detto bene, Morelli.

—Veramente, non avevo osato di proferirlo, il sostantivo che li definisce. Di solito, e senza cercare molto addentro nel sentimento che destano, io li chiamo tra me e me i vostri satelliti. Se Giove in cielo ne ha quattro, perchè non ne avrebbe tre l'astro luminoso di Venere? Non badate, signora; m'è venuto così spontaneo, che avreste torto a non lasciarlo passare. Il vostro caso, del resto, non è nuovo nella storia; si è dato il simile, tremila e più anni fa, nell'isola d'Itaca, ed è toccato alla regina Penelope. Ce ne aveva un bel numero anche lei, che non le davano tregua. Ma un giorno capitò Ulisse a casa, e li conciò per le feste. Se uno di questi giorni, imitando Ulisse, il savio conte Quarneri….—

La contessa mi mozzò le parole in bocca con una matta risata.

—Ah sì, proprio; credereste che bisognasse ricorrere a questa estremità!

—Non so; siete giudice voi;—risposi, un tantino mortificato.—Del resto, anche senza chiamarlo, e volendo pure liberarsi dai satelliti seccatori, si potrebbe annunciarlo come prossimo ad arrivare, e si vedrebbe l'effetto che fa.

—Resterebbero male, lo capisco;—replicò la contessa;—ma intanto resterebbero fino all'arrivo; e non arrivando lui, seguiterebbero a non muoversi.—

Capisco, o mi par di capire, che la luminosa contessa mi faccia questi sfoghi per chiasso, e che nel fondo sia molto contenta d'esser seccata. Questi assedii ostinati piacciono alle donne belle, come, se si leggono bene le storie, dovevano piacere alle antiche città, quando avevano buone mura e viveri dentro, per durare anche a dieci e vent'anni d'investimento. Ma la contessa non è ancor sazia di ciance, e vuol proprio che io pensi al caso suo.

—Non avete altro consiglio da darmi?—soggiunge.—Con tutta la vostra fantasìa!…

—Ecco, signora, la mia fantasia è una povera cosa, e di consigli non può offrirvene che due. Il primo, che v'ha dato, era il consiglio classico; ma non vi è parso buono. Passiamo al consiglio romantico; ma vi avverto che, dopo questo, io non saprei più che cosa trovare per il vostro bisogno.