—È sicurissimo;—risposi.—Corsenna non è un nido d'aquile; ma non ci sono neanche avvoltoi, nò sparvieri. Poi, qui dietro, a cento passi, c'è un casale, con quattro o cinque famiglie di contadini, tutta bravissima gente.
—Dio sa,—ripigliò la contessa, seguendo il suo filo e non il mio,—quante coppie felici saran venute qui a dirsi tante belle cose! Peccato che non ce ne rimanga l'eco.
—Possiamo immaginarcele, contessa. Del resto, si può domandarne a quelle farfalle che passano, o a quegli uccellini che si rincorrono tra gli alberi….
—Pensando che noi siamo una di quelle coppie felici, non è così? Disingannatevi, uccellini del bosco;—soggiunse la contessa, con accento tra comico e patetico;—il signor Morelli è un solitario, che si ritrova qui accompagnato per caso.—
E rideva; e risi ancor io.
—Oh, non ci sarebbe da ridere;—soggiunse ella, sforzandosi di far cipiglio.—Che cos'è questa vostra maniera di fare, Morelli? Perchè non avete voluto venire a prendere il tè, l'altra sera, e in compagnia di tutti i nostri buoni amici? Perchè non volete mai rifar la salita del Roccolo? È tanto breve, lo sapete, essendoci stato una volta. Vi spiace il nome? Spiace anche a me; lo cambieremo. Anzi, studiateci, e datelo voi; non ho fantasia, io, e ne sarò felicissima.
—Ci penserò.
—Ah bene. Ma ci verrete, non è vero? Per carità, non mi condannate a questa condizione spiacevolissima, di vedere in casa mia solamente i noiosi.
—Scusate, signora; ma se io avessi proprio temuto di far numero con questi?
—Sarebbe stato un timore indegno di voi;—replicò la contessa.—Confessate piuttosto, tanto mi ripugna di ammettere che potesse spiacervi la padrona di casa, confessate piuttosto che i suoi eterni visitatori vi seccano.