—Voglio dire che troveremo più rado il fogliame, e d'ombra ce ne sarà ancora abbastanza. Queste carpinelle girano tutto intorno, fino al punto dove la montagna fa uno sprone sull'acqua; laggiù saremo più al largo, e vi parrà di respirare un po' meglio.—
Eccoci infatti allo sprone. La balza vien giù tagliata a picco, e sarebbe troppo brulla, come una cava di pietre, se due o tre semi di fràssino non fossero volati ad allogarsi tra i crepacci, per venir fuori in giovani piante, che sporgono ad ombrello, e rompono pittorescamente la nudità della roccia. Il luogo è bello, e le piace; disgraziatamente non c'è da sedere. Eh, lo so ben io dove c'è da sedere; ma mi secca un pochino di doverla guidare fin là. Nondimeno, poichè io non son più padrone di tornare indietro, si prosegue lungo la sponda del rivo, si scende ancora un poco, dove l'acqua ritorna a mostrarsi arginata, Eccolo lì, il mio rifugio; passo davanti al mio arginello erboso e fiorito, ma senza guardarlo, per timore che gli occhi tradiscano le mie tenerezze.
—O Teocrito!—esclamo dentro di me.—Qui volevo venire, per leggerti. Pazienza, non è vero? pazienza per me. Quanto a te, vecchio Siracusano andato ad ammorbidirti fra le graziette Alessandrine, scommetto che se tu potessi uscir vivo e sano dalle pagine del tuo signor Teubner, vorresti essere al mio posto e filar qui un graziosissimo idilio.—
Frattanto la contessa ha trovato da sedere. E lì, proprio lì, si ferma sui due piedi, gridando:
—Ecco un buon posto. Non è forse il vostro, Morelli?—
Io non ho mai saputo mentire senza farmici rosso. E perchè ella mi guarda, ed io non voglio arrossire, rispondo:
—Sì, è questo per l'appunto.
—Bene; sediamoci dunque. E datemi il ventaglio, vi prego. Se volete, vi lascerò l'en-tout-cas.—
Sorrido dentro di me, parendomi d'essere il quarto satellite, e mi siedo accanto a lei, col suo ombrellino tra mani.
—È veramente un bel luogo, e molto poetico;—diss'ella, dopo aver guardato in giro con aria di somma compiacenza.—Ma non da venirci da soli. Io ci avrei paura, da sola.