—M'hanno detto,—incominciò essa allora con la sua vocina insidiosa di sirena,—che di là dal mulino c'è un luogo ombroso stupendo, e che Voi lo conoscete. Volete farne parte anche a me?—

Come dire di no? M'inchino, e l'accompagno. Si risale la strada a fianco del mulino e della sua ruota, immane mostro che dorme in quest'ora, mezzo al sole e mezzo all'ombra della sua buca, tutto vestito d'erba viscida lungo le pale nerastre. Là dietro si passa sopra un ponticello di legno, che corre tra la ruota e la gola del bottaccio, mettendoci dall'altra banda su d'un robustissimo terrapieno a scarpa, levato ad argine tra l'acqua alta e la prateria che va giù a conca, scendendo sempre e dilungandosi verso il gran viale dei pioppi. Per un tratto, dove è più profondo il serbatoio, l'argine ha così larga la cima, che ci si passa comodamente in due; ma più in là, dove il bottaccio incomincia a restringersi, la ripa si restringe anch'essa via via; non si può andare tutt'e due di fronte, ed ella è costretta ad appoggiarsi sulla mia spalla. Ma che dico, appoggiarsi? Vi s'aggrappa per disperata, come una bella spericolona al braccio del robusto bagnaiuolo che l'ha in custodia, sulla spiaggia di Livorno o di Rimini.

Già aveva tremato un pochino al passaggio d'un secondo ponticello che cavalca la chiusa, donde il bottaccio si scarica quando non lavora il mulino. Ma qui è un tremar continuo, dovendo andar noi sulla ripa alta e stretta, coll'acqua profonda a manca e la prateria molto bassa a diritta.

—Volete forse tornare indietro?—le dico.

—No,—mi risponde, con un brivido che parrebbe far contro alle parole,—il pericolo ha le sue attrattive.—

Avanti dunque con le attrattive. Ma la impaccia il suo ombrellino da sole e da pioggia, il suo en-tout-cas, com'ella lo chiama, e che prendo io in governo; la impaccia il suo gran ventaglio, che le ballonzola sulle ginocchia, e che io metto accanto all'ombrellino, facendone tutta una manciata; la impaccia la gonna troppo lunga, di cui non posso io egualmente raccogliere i lembi, e che bisogna lasciar strascicare sull'erba. Si va a passi lenti e corti, inframmezzati da lei di piccole strida, e di larghe risate da me per farle coraggio; mentre ella, così serrata sulla mia spalla, m'involge tutto in un profumo di pelle di Spagna, soave, delicato, inebbriante davvero.

Basta; come Dio vuole, eccola in salvo. La ripa, su cui si procede, è sempre angusta per due; ma siamo giunti dove la prateria sottostante risale, risale sempre più, per venir quasi a filo dell'argine, e non c'è più pericolo di capogiri. Il sentieruolo, lasciando lo scoperto, si ficca dentro alla piantata delle carpinelle; ed eccoci inselvati, coll'acqua susurrona che ci corre daccanto, e, di là dall'acqua, le falde del monte che salgono, vestite di borraccina e d'eriche nane, sotto la guardia e l'ombra dei vecchi castagni.

—Com'è folto qua sotto!—esclama la contessa.—Chi sa trovarci è bravo.

—Non dubitate; ancora pochi passi, e si riesce al chiaro.

—Oh, non mi dolgo già di quest'ombra; c'è così fresco!