Son felicissimo di vedere che il mio villino piace a Filippo anche più della valle, dei castagni, degli abeti e della strada maestra. Gli faccio vedere nel mio ritiro campestre ogni cosa; tranne Buci, che non c'è. Ma già so dove bazzica, quel ghiottone famoso. Non va mica al Roccolo, lui, dove si vive a petti di pollo e a zabaioni. Outsides, beefsteaks, cutlets, pigeon-pies, plum-puddings, sono, io credo, i suoi piatti favoriti. Ed hai ragione, o cane, e sei certamente più saggio di me.

Ho posto da alloggiare una intiera famiglia, e son solo, con due persone di servizio; posso dare a Filippo non una camera, ma due, tre, quante ne vuole. Ne occupa due, ci dispone tutti i suoi arnesi, e, mutati abiti, scende in giardino con me, aspettando l'ora del desinare. Qui, naturalmente, incomincio a raccontargli tutto ciò che mi è occorso.

—Briccone!—mi dice, dopo essermi stato tranquillamente a sentire.—Vuoi venire ai ferri, e farmi credere che non sei innamorato di Armida?

—Te lo giuro! Che ragione avrei per mentire con te? La contessa Quarneri è bellissima; la vedrai, e l'ammirerai come faccio io, ma intendendo anche tu che si possa ammirar la bellezza, senza scaldarcisi più che tanto. Non per niente siamo stagionati e navigati, ne convieni? Quanto a me, ti confesso che ci discorro volentieri. Ha una cultura scarsa, il che, dopo tutto, non guasta; ma è intelligente, ha una parlantina graziosa, e la sua conversazione mi va, senza bisogno d'altri sentimenti più intimi, e più matti. Non è accaduto anche a te di trovare delle signore con le quali si discorre bene, e non si vuol rinunziare alla loro conversazione?

—Non me ne parlare; la preferisco a quella degli uomini più dotti;—rispose con grave accento il mio amico Filippo.—Ma basti di ciò. Il tuo caso non mi par molto chiaro, per quanto riguarda le conseguenze possibili. Non sei innamorato, e vuoi leticare con tre rivali. Capisco, sì; non perchè siano rivali e ti voghino sul remo, non perchè tu sia rivale a loro e non li voglia sull'orma; solamente perchè ti hanno in uggia, come un visitatore pericoloso, e te lo lasciano intender troppo. E tu non vuoi mosche sul naso; è giustissimo, e te ne lodo. Ma c'è una signora di mezzo; ci vuol giudizio, nel condurre questa faccenda. Quantunque, alle volte, la pazienza si perde;—soggiunse l'amico, tentennando la testa.—Mi hai fatto fremere, poc'anzi, con quell'"ah sì?" del tuo signor Dal Ciotto. E fors'anche un po' nasale, come il naïn ebraico, non è vero? Ma tu hai fatto bene a contenerti, per la prima volta, rispondendogli un "certamente" altrettanto strascicato e più naïn di lui. Facciamo le cose a modo; i tuoi moscardini non ci diventeranno mica troppo duri, per aver aspettato un giorno di più ad esser pescati e fritti. Li vedrò più da vicino, questa sera, o domani, e me ne prenderò magari un paio per me.

—Ecco l'uomo che mi consiglia di far le cose con giudizio;—osservai.—Bella chiusa, signor Ferri!

—Ma sì, una bella chiusa a bastonate, degna del poema villereccio che tu sei riuscito ad imbastire. Il giudizio, poi, non esclude l'andare a fondo, quando questo sia opportuno. Io voglio che si facciano le cose con calma. Tu sei di primo impeto. Non mi hai confessato tu stesso che se ci avevi in pronto i tuoi ferri, incominciavi subito dal ceffone? Io no; prima di saltare addosso al mio uomo, me lo voglio patullare un'oretta, che diamine! Un combattimento senza avvisaglie, è come un desinare senza i principii.

—Ahimè! li avremo?—dissi io.—La cuoca è spartana, ti avverto, quantunque si chiami Argia.

—Ma Corsenna non sarà poi senza burro;—rispose Filippo Ferri, imperturbato.—Dammi del burro; aggiungi… qualche altra cosa; al resto ci penso io.—

XIII.