—Le merita, sapete, ed anche merita la vostra amicizia così generosa.
Egli ha detto lungo il viaggio un gran bene di voi.

—Ah sì? Filippo Ferri ha il difetto di volermi bene.

—Come! è un difetto? Con questo modo di ragionare leverete il coraggio a tutti coloro che fossero per imitarlo.—

Sorrido al complimento, e tanto più volentieri, poichè vedo la cera brusca di Enrico Dal Ciotto, che si era avvicinato allora allora, precedendo di due passi i colleghi satelliti. Quanto a te, caro, ti tengo. "Ah sì?" E strascica pure i tuoi, monosillabi. Alla seconda di cambio, ti voglio; e vedrai che bel giuoco.

Si dovrebbe per intanto vedere questa famosa abbazia di Dusiana, della quale in Corsenna si son raccontate tante maraviglie, di marmi, di capitelli, di colonnini, di lapidi, d'iscrizioni antiche, e via discorrendo. Ma prevale l'idea di far colazione; poichè i frati agostiniani dell'abbazia son tutti morti da un pezzo, e saremmo trattati là dentro come all'osteria della Luna, che chi n'ha ne mangia e chi non n'ha digiuna.

Diamo un'occhiata in giro, e vediamo un'insegna. Il titolo "Albergo della Posta" prometterebbe la prima locanda del paese; ma le piccole finestre e la povera apparenza dello stabile, non ci lasciano sperar bene. Scovo più in là un "Albergo Roma", e chiamo da quella parte le signore. La casa è più bassa e più nuova di fabbrica; dovrebb'essere più pulito l'interno. Mi arrisico dentro, e vedo due sale abbastanza capaci: mobili pochi e lucenti. È il fatto nostro. Il padrone e la padrona, giovani ancora, hanno aria di gente per bene; non avvezze per altro a ricevere tanta gente in un tratto.

—Il nome della eterna città vuole che diamo la preferenza al suo albergo, padrona; ma non vorrà mica essere eterno il cuoco? Siamo quindici; c'è chi porta appetito e chi fame. C'è modo d'intenderci?—

Questo breve discorso strappa ai due coniugi un risolino di buon augurio.

—Se si contentano…—attacca il padrone.

—Pensando che non siamo in una città…—sottentra a cànone la padrona.