—Lasciami pensare. E prima di tutto lasciami andare a dormire. Sai che domattina dobbiamo alzarci alle cinque.—

Che diamine ha inteso di dire Filippo, colla necessità di cambiare il giuoco? Ci ho pensato a lungo, nella notte, prima di prender sonno; ed anche ieri mattina, appena svegliato. Forse voleva farsi sotto con astuzia, quatto quatto, senza parere, alla maniera delle tigri. Ma questo, come poteva sperarlo? Un uomo come lui, anche a non conoscerlo di prima, si annunzia subito per quello che è, con quel suo piglio marziale e con quelle sue spalle da Ercole. E in che consisterà il suo cambiamento di giuoco? Di punto in bianco; dunque smascherando le batterie, facendo pompa di se! Non è vanaglorioso, e non saprà millantare. Son curioso di sapere a che partito s'appiglia.

La mattina alle cinque, prima che ci portino il caffè, l'amico Filippo è già in piedi. Quando entro nella sua camera per dargli il buon dì, vedo che si è già fatta la barba. Alle sei siamo in piazza, dove sono arrivate le due giardiniere che dovevano portarci a Dusiana. A due, a tre, a quattro per volta, arrivano tutti i nostri compagni di scarrozzata. La contessa Quarneri viene ultima, essendo la più lontana di alloggiamento; ma non s'è fatta aspettare più di cinque minuti, rendiamole questa giustizia, ed ha con sè le tre guardie del corpo, che sembrano aver passata la notte davanti al cancello del Roccolo, per non perderla d'occhio. Colle signore Wilson è venuto anche Buci, che ardisce venirmi a scodinzolare davanti e a ridermi, se Dio vuole, sul muso. Vile schiavo! Dopo che io t'ho sottratto alle bastonate del tuo primo padrone, comprandoti per venti lire da lui, così mi tratti, così mi ricompensi della mia dabbenaggine? Lo guardo a squarciasacco, e faccio ridere la signorina Kathleen, che però si ricompone subito, e mi fa grinta dura, quando io alzo gli occhi verso di lei.

È bella a quel dio, la birichina, con quel suo vestito alla marinara, bianco, a risvolte turchine, semplice ed elegante. Elegantissima è la contessa, che sfoggia per questa occasione un abito azzurro sormontato d'una cotta bianca a trafori, e porta con bell'audacia sul capo tutto un verziere, anzi tutto un frutteto. La bellissima signora, ammirata dagli uomini, acclamata dalle amiche, sequestra per sè la signorina Kathleen e il mio amico Filippo, prendendo posto con essi nella prima giardiniera. I tre satelliti, naturalmente, son pronti a ficcarsi nello scompartimento davanti, donde voltandosi, e mettendo i gomiti sulla spalliera, potranno tenerla d'occhio quant'è lunga la strada.

Abbandonato da Filippo, dalla signorina Wilson, e perfino da quello scellerato di Buci, che è saltato in carrozza per accovacciarsi sotto il sedile di lei, vado a smaltire la mia stizza nella seconda giardiniera, dov'è la Berti madre colle figliuole. I ragazzi, sapientissimi, non volendo mangiar polvere, sono andati nella prima, occupando la panca dietro il vetturino, per godersi la strada. Con noi è la signora Wilson madre; con noi la segretaria comunale, che ha lasciato, honoris causa, il posto nell'altra vettura alla sua superiora diretta; con noi il commendator Matteini e Terenzio Spazzòli. Felicissimo uomo! e pare, a vederlo, che quel posto nel secondo carrozzone l'abbia scelto lui. Il divo Terenzio non si scompone mai, non si turba, non si sconcerta di nulla. Se casca, diciamo pure con lui che voleva scendere.

I due tranvai si muovono, e traversano fragorosamente mezzo il paese, oggetto d'invidia ai Corsennati, tutta gente mattiniera che deve accudire alle sue faccende quotidiane. "Come son felici, i signori!" diranno essi in cuor loro, vedendoci passare. E voi niente, o Corsennati? A buon conto, voi non avete da discorrere di economia politica e di scienza di governo col commendator Matteini. Il degno conservatore a riposo l'ha oggi con me; Dio sa quando mi lascia. Certo, ha provato i giorni scorsi con Terenzio Spazzòli, e lo ha trovato indegno di accogliere i tesori della sua molta esperienza.

Il tragitto non si racconta. Per aver qualche cosa che mettesse conto d'esser qui registrata nel mio memoriale, bisognerebbe essere stati là, nell'altro carrozzone, a sentire le belle cose che avrà raccontate il mio dolce amico Filippo, il beniamino, il cucco delle signore. Triste cosa, in una società, essere antichi! I nuovi venuti han tutte le preferenze, tutte le graziette, tutte le moine delle signore. È giusto, infine; e poi, se fan festa al mio Ferri, non debbo esserne felice io, che l'ho presentato?

A Dusiana, dove siamo arrivati alle otto e mezzo, abbiamo veduto un paese come tutti gli altri, e degli abitanti su per giù come quei di Corsenna. Il paese nondimeno è più vasto; tre Corsenne, a dir poco; una gran piazza con dei portici su tre dei suoi lati, il che deve essere stato immaginato per far dire alla gente: e perchè non ne hanno voluto mettere nel quarto? Forse a compenso di questa mancanza di simmetria, ci sono sulla gran piazza di Dusiana due gelsi smisurati, giganti bistorti, pieni di nocchi, di gobbe, di cicatrici, coetanei, credo, dell'introduzione dell'arte della seta in Europa. Mentre si fanno queste ed altre considerazioni archeologiche, la contessa Adriana si è avvicinata a me, per dirmi con quella tal vocina insidiosa:

—Vi abbiamo un po' trascurato, Morelli? Ma non è colpa mia.

—Che dite, signora? Ma era giusto che il nuovo venuto fosse il più festeggiato. Quanto a me, sono riconoscentissimo di tutte le cortesie che si fanno al mio amico Filippo.