—Quando si può, non si deve pretermettere questo piacevole e saluberrimo uffizio. Alzarsi a bruzzico per lavorare, quando non ce n'è bisogno, che idea! Peggio ancora, quando nessuno ce lo comanda, quando nessuno aspetta i frutti del nostro lavoro. I posteri, mi dirai. Ma io ti dirò che cosa faranno i posteri del tuo poema. Parlo dei posteri di buon gusto, s'intende, e ricchi abbastanza per farti onore. Ti faranno rilegare in pelle, con bei fregi d'oro; ed intonso, mi capisci? intonso. Un libro intonso ha più pregio d'un libro colle carte smarginate. Anche i pizzicagnoli, sai, li preferiscono intatti. Ah, mio caro Rinaldo, dai retta, vivi e gusta tutto il prezzo inestimabile della vita. Le tue vigilie, le tue clausure, non profittando a nessuno, tolgono molta parte di gioia anche a te. La gloria, risponderai. Ma che cos'è la gloria? Ne ho domandato ad un uomo di grande ingegno, e mi ha detto sorridendo: la gloria è il diritto, acquistato un po' caramente, di sentirsi legger la vita tutti i giorni che fa Dio, cucinare a tutte le salse, negare la fantasia, l'arte, l'intelligenza, il criterio, il senso comune, oggi a benefizio d'uno, domani a benefizio di un altro, e così via, fino a tanto che non venga un gran postero, armato d'una falce lunga lunga, e ziffe, faccia di tutti un monte di fieno, per dar nervi e polpe ad un'altra generazione d'animali.

—Sì, tutto come vorrai;—risposi un po' offeso, ma non sapendo lì per lì che cosa ribattergli.—Ed hai poi saputo niente di ciò che importava? Li ha catechizzati lei, i suoi tre cari satelliti?

—Non me lo ha confessato, ma l'ho potuto intendere egualmente. Parlando di te, dicendo che sei molto gentile, non ha taciuto il tuo difetto, nobilissimo difetto, di pigliar fuoco per nulla… come lei, del resto, come lei. Passando ai tre satelliti, ne ha detto anche bene; poveracci, tanto gentili, attenti, divoti e pronti ad ogni cenno, ad ogni desiderio; ma ancora un po' gelosi, come tutti i vecchi servitori, e poco benevoli, ad ogni nuovo venuto; ma non sgarbati, finalmente, che questo ella non sarebbe donna da tollerarlo; solo un tantino, un tantino… come dire? Aspretti, suggerii, parendomi che non dovesse spiacere. Infatti, un sapore aspretto non esclude bontà di frutto, nè di bevanda; e c'è l'amaro delle cento erbe, che fa bene allo stomaco. Ci siamo accordati così, voltando la cosa in burletta e passando. Ma io m'avvedo di esser capitato a tempo; perchè la contessa non riescirà mica a trattenerli sempre, i suoi cani, specie se tu sarai sempre aggressivo come ieri.

—Me ne compiaccio, e farò peggio ancora.

—Non dico di no. Ma bisognerà agguerrirsi, prepararsi di tutte armi all'impresa. Hai sempre sicuro il tuo colpo a venticinque passi?

—Lo credo.

—Mettiti in esercizio, Rinaldo. Ed anche d'armi bianche, per non far torto a nessuna.—

Oggi stesso ho fatto piantare in fondo al giardino un'asse di quercia, sulla quale Filippo ha disegnato a grossi contorni di carbone un uomo di giusta statura, veduto in tre quarti. Nel torace del nostro uomo abbiamo segnato tre cerchi concentrici, ed uno, tanto per variare il bersaglio, nel mezzo della testa. Filippo ha messo fuori le pistole, con una diecina di cariche, ed io l'ho tutto consolato facendogli quattro centri nella testa e cinque nel costato dell'avversario di legno. Un colpo solo dei dieci aveva sgarrato di due linee, rompendo sempre il mostaccio poco raffaellesco che mi aveva disegnato Filippo.

La pistola andava a quel dio. Si venne alla spada. Ma qui Filippo è troppo più forte di me; non riesco a dargli che due bottonate, contro dieci che ne tocco da lui.

—Va bene, va bene ad ogni modo;—mi dice egli, soddisfatto abbastanza dei fatti miei.—Hai bisogno di scioglierti il pugno. Perciò, caro mio, meno lavoro di penna, e lascia dormire il poema.—