—Del resto,—rispose Filippo,—la tua dama è sciocca, quasi tanto sciocca quanto è bella. Mi ha parlato d'armi a tutto pasto; non sapeva, non voleva parlarmi che d'armi. Io tentavo di fare qualche scorreria nel campo letterario, che non è veramente il mio forte; ma lei, non dubitare, mi levò sempre l'incomodo, ritornando alle armi.

—Avrà voluto tastarti.

—Che! Lo Spazzòli, se mai, le ha fatto ben capire che sono un ammazza sette e uno stroppia quattordici. Avrà creduto piuttosto di farmi piacere, mostrando di trovar gusto nelle mie occupazioni favorite.

—Come ha fatto con me, parlandomi sempre di versi.

—Sicuramente. Quella donna, caro mio, è come gli specchi, non sa che riflettere le immagini a cui si trova di rimpetto. Perciò mi ha detto di non aver simpatia che per gli uomini animosi, per gli uomini valorosi, pieni d'onore e di cavalleria; mi capisci? Tutte queste belle cose erano là, rappresentate, incarnate nel tuo umilissimo servo. Ah, che burlette! E bisogna aver l'aria di prenderle per buona moneta. Mi ha domandato poi se mi sono mai battuto per una donna; ed io penso di averla un po' mortificata, dicendole troppo presto di no. Chi sa? forse l'avrò consolata, soggiungendo che non mi si era ancor presentata l'occasione. La donna che amerò è certamente nata; guai a lei se aspettasse ancora a nascere, perchè vorrebbe ritrovarmi già troppo stagionato; ma il fatto sta ed è che io non ho avuto occasione di far niente in onor suo. Qui, come ti puoi immaginare, un'occhiata fosforescente, oh molto fosforescente. Che cosa vorrà dire? Lo domanderò questa sera alle lucciole, che di queste cose se ne dovrebbero intendere. Che bel tipo, la tua contessa! Hai ragione a non esserti invaghito di lei; come hai torto, lasciatelo dire, a non invaghirti dell'inglesina.

—Perchè?

—Perchè quella è una fanciulla d'oro.—Con la sua parte di lega, vorrei rispondere; ma tengo prudentemente la restrizione per me.

—Caro mio,—gli rispondo in quella vece, io temo d'essere un po' —stravagante e disadatto agli amori. Ricordi quello che disse la —bella veneziana a Gian Giacomo Rousseau: "Zaneto, lassa star le done —e studia le matematiche." Ed io medito il buon consiglio, senza che —nessuna me l'abbia dato. Sai a che penso io? A scrivere il mio buon —poema, che le sciocche gelosie dei tre satelliti mi hanno in mal —punto interrotto.

—Facendo venir me a frastornarti dell'altro, non è vero?—soggiunse
Filippo.

—Che dici? Posso ben lavorar di mattina, e far molto; specie se tu hai sempre l'uso di covare il letto.