—Sì, ma come mi hai validamente aiutato!—risposi.—E come mi hai cacciato avanti… contro il merito mio!
—No, sai, o ben poco. Ammettiamo pure che non mi avresti dato la prima; quanto al resto, hai fatto il tuo potere, come io facevo il mio. Sei diventato fortissimo, e te ne faccio i miei complimenti. Già, quando si è avuta una buona scuola, non si dimentica più. Sono contento di te, quanto ne saranno scontenti i satelliti della contessa Adriana. Scommetto che se ne vanno entro i sette giorni. Felice mortale, a te.
—Ti ridico per la ventesima volta, che non ne sono innamorato. Sciolta la mia questione d'amor proprio con quei là, penso a lei come al gran cane dei Tartari.
—E allora tanto meglio, o tanto peggio. Avrai tempo e libertà per ardere i classici incensi ad un'altra.
—Ma che! a nessuna, mio caro. Sai pure che il mio poema mi assorbe.
—E dalli col tuo poema;—gridò Filippo, con accento di comica stizza.—Io, vedi, se avessi un poema da finire, e sperassi con fondamento di trovare un editore, lo butterei dalla finestra, il poema, solo per un sorriso della signorina Wilson.
—Che! come?—balbettai.
—Ma tu, fradicio di letteratura, non capisci più niente di niente;—continuò Filippo, infervorato nel suo ragionamento.—Ebbene, tanto meglio; sei uno di meno in giostra. Amo quella ragazza; e se mi riesce, la sposo.
—Ah sì?
—Certamente. Ma ecco,—soggiunge Filippo, rìdendo,—senza volerlo, si casca a ripetere il tuo dialoghetto col signor Enrico Dal Ciotto. Eccoti dunque, mio caro Rinaldo, eccoti dunque il segreto dell'anima mia. Per una volta tanto, sono innamorato morto. E poichè tu vuoi avere tanta gratitudine per me, che non ho fatto niente o ben poco in tuo favore, e perchè, finalmente, una mano lava l'altra, mi farai la grazia di aiutarmi un po' tu, con qualche buon discorsetto preliminare alla mamma.—