C'erano i liberali sinceri da combattere, da traccheggiare, da molestare di continuo e in ogni ragione di cose, fossero poveri o ricchi, nobili o plebei, sicchè avessero a guastarsi il sangue, a perdere gli uni la costanza dei propositi, gli altri il loro buon nome nelle angustie della necessità.
C'erano sopra tutto i giovani da domare, i vigorosi intelletti da isterilire nel fiore della pubertà. Con quali armi? Anzitutto un ordinamento meraviglioso, ragnatela finissima, le cui cento fila mettevano capo in ogni ceto di persone, in ogni ragione di negozi. Il beneficato e l'ambizioso, mutati di subito in acconci stromenti di propagazione, erano tutti sfruttati secondo la misura delle forze loro, dell'ingegno, delle particolari attitudini e delle aderenze domestiche.
Però le opere pubbliche, le amministrazioni in mano loro, gli instituti di carità e di beneficenza soggetti al loro indirizzo. La reazione, sempre padrona delle coscienze nei tre sommi momenti della vita, la nascita, il matrimonio e la morte, signoreggiava del pari le moltitudini, la mercè di questa intromissione dei suoi creati in ogni garbuglio mondano, in ogni gara di private ambizioni, in ogni dramma domestico. Si esercitava la virtù come un mestiere, e si sfruttava il peccato come una cartella del debito pubblico.
Il governo d'allora non avversava punto la setta, che anzi aveva a tenersela cara, come quella che gli guerreggiava i partiti avversarii e gl'indocili. Il popolo, svogliato, facile a mutar consiglio, ateniese insomma fino al midollo, lasciava correr l'acqua al mulino e una cosiffatta congrega girare a sua posta le chiavi nella toppa mal custodita del santuario domestico. Che cosa potevano i pochi, i rivoluzionari da caffè, contro tante forze riunite? Non mai il demonio fu così degno del nome di __Legione__, come quando era incarnato nella mente di padre Bonaventura. Era egli infatti che muoveva tutte quelle fila svariate secondo il suo ordinato disegno.
E poi, oltre al disegno generale, il padre Bonaventura ci aveva altri fini da conseguire, altre reti da tendere. Alla Compagnia doveva andare quanto più si potesse di denaro, ma soprattutto le ricchezze del banchiere Vitali, le quali erano frutto, diceva egli, di un grosso deposito confidato dai gesuiti a quello specchio di probità, sebbene non vi fosse modo di farglielo confessare o di metterne fuori le testimonianze.
Il Vitali era stato fin dalla sua giovinezza uno dei più fidati amministratori del denaro della Compagnia, e la sua fortuna, fatta legalmente alle loro spalle e mercè il loro aiuto, s'era illegalmente rimpinzata di quel grosso deposito. Ma il padre Martelli, che sapeva di tutto quel negozio, era morto poco dopo la cacciata del sodalizio da Genova, non avendo tempo a dir altro se non che il danaro lo aveva il Vitali. E il Vitali negava.
Che cosa fare? Armato di tutto punto e forte di mille spedienti contro un uomo giovine, il quale si combatte nel rigoglio di tutti i suoi affetti, buoni o malvagi, l'astuto Bonaventura era impotente, o quasi, contro un vecchio come il Vitali. Non c'era altro che una speranza, poggiata sulla paura che il vecchio Vitali aveva grandissima della morte, e sul terrore che gli metteva addosso il pensiero della dannazione dell'anima. Senonchè, fino a tanto si sentiva in gambe, non c'era verso di cavarne un costrutto, e le fiamme dell'inferno, che gli davano molestia quand'era ammalato, gli sfioravano a pena la cute, quando era sano ed aveva fatto una buona digestione.
Il signor Giovanni Vitali era stato nella sua giovinezza un libero pensatore de' suoi tempi, che aveva letto il Voltaire e citava il __Dizionario filosofico__ con tutte le sue celie da scomunicato. Ma egli ci aveva pure una religione, quella dell'oro, che è maestra e consigliera di tutte le altre. In Turchia, per far quattrini, non avrebbe tardato a diventare un fervente seguace del Corano; da noi, per la stessa ragione, si acconciò all'andazzo dei tempi e diventò una creatura dei Gesuiti. Questa è una strada che molti hanno fatta, antichi miscredenti, ai quali ha messo conto venire a patti e aprir banco di mercatanti sulla gradinata del tempio.
Ora questo signor Vitali, che s'era ingrassato alle spalle della Compagnia, non voleva restituire il mal tolto. Il padre Bonaventura, che conosceva i suoi polli, aveva fatto il disegno di levargli le forze, e (ci si condoni la frase, perchè qui viene a taglio davvero) di accarezzargli una cronica malattia in cambio di combatterla, affinchè, spossato e pauroso della morte, consentisse di buona voglia a far testamento, a pagare con qualche milione la sua pace con Dio. Ed è agevole il vedere come, con l'aiuto del discepolo Collini, il padre Bonaventura avesse avviato per bene il negozio, che Aloise di Montalto (caso non preveduto) gli cominciava a guastare.
C'era dunque assai più di un furbo volgare sotto quella giubba nera che teneva apparenza mezzana tra il laico e il cherco. C'era infatti il generale d'un corpo d'esercito, mallevadore di tutte le sue operazioni, colla sua fama a repentaglio innanzi a que' giudici severi della Compagnia di Gesù. La voluttà del combattere e l'agonia del vincere, levavano il padre Bonaventura molto più su di tutti i suoi compagni e di tutti quei miseri strumenti che egli educava al proseguimento dell'opera comune e delle loro private ambizioni.