—Sta bene; ma perchè?

—Perchè oramai questo Mattei ci terrà d'occhio. Abbiamo svegliato i mastini, e ci vorrà cautela. Anche il vecchio sta all'erta….

—È vero!—borbottò il Collini.

—Bisognerà dunque rinunziare per ora al testamento. Il Vitali deve aver piena fede in noi, e la otterremo facendogli ricuperare la salute. Io intanto provvederò ad altri spedienti; e anzitutto torremo di mezzo i mastini.

—Ah sì! questo è il più rilevante per ora. Ed io mi potrò vendicare finalmente?…

—Sì, certo, figliuol mio. So i segreti di Lorenzo Salvani; saprò quelli di Aloise da Montalto; bisognerà indovinar quelli della ragazza di casa Salvani…. Lasciate fare a me. Chi s'aiuta il ciel l'aiuta; e noi ci aiuteremo con mani e piedi, se occorre.—

XVII.

Di un Don Giovanni da dozzina e delle pretensioni che aveva.

Dal bel principio di questo racconto si è fatto cenno di un Arturo Ceretti, figlio del padrone di casa del signor Lorenzo Salvani, notando che il giovinotto, salvo il nome attillato e profumato di Arturo, era tutto suo padre, il vecchio Nicola Ceretti di Molassana, antico muratore e capomastro arricchito. Aggiungeremo adesso che era bianco e roseo; che aveva il naso un po' stiacciato e gli occhi scerpellini, ma che i suoi capegli biondi erano sempre arricciati e lisciati; che era lungo, allampanato e discretamente ciuco; la qual cosa non si argomentava soltanto da due lunghi orecchioni che gli uscivano di riga ai due lati del volto.

Ora che l'abbiamo messo fuori, calziamolo e vestiamolo della roba sua; calzoni stretti di color grigio perlato, con le sue liste nere sulle costure; un abitino tra la giubba e il farsetto, di color caffè, i cui petti si abbottonavano a stento sull'alto del torace; un panciotto di velluto lavorato a scacchi rossi e neri, ed una cravatta di non sappiamo quanti colori. Una catenella d'oro a quattro file gli usciva da un occhiello del panciotto, la quale sosteneva parecchi ciondoli, gingilli ed altri picchiapetti, scendendo con una gran curva ad affondarsi nel taschino, dove era raccomandata all'anello di un orologio che il nostro Arturo faceva spesso vedere, col pretesto di guardar l'ora.