—Hai scritto tanto per tuo passatempo,—gli disse l'amico,—che potresti oramai pensare a cavar qualche profitto dalle opere dell'ingegno.
—Sì,—rispose Lorenzo,—scrivere, per non trovare uno stampatore che ci metta l'inchiostro e la carta del suo! Stampare, poi, per non trovare un cane che ti voglia leggere.
—Vero, verissimo,—soggiunse l'Assereto,—se tu parli soltanto di quelle opere che si mettono in mostra dal libraio. Ma non potresti cominciare a scrivere un dramma…. una tragedia?
—Mi guardi il cielo dalle tragedie!—gridò Lorenzo.—In quanto al dramma, ci ho pensato anch'io; ma tu intenderai benissimo che il mio lavoro abbia a ritrarre un po' troppo delle amarezze dell'animo.
—E che importa? Sei mesto? Scrivi cose meste, e ci avranno, se non altro, il suggello della verità. E poi, senti un'altra cosa. Ancorchè lo scrivere non t'avesse a fruttar altro che il poter dar noia ai malevoli, scrivi e manda fuori l'opera tua.—
Da questo assennatissimo discorso dell'amico Assereto, fu incalzato Lorenzo a proseguire il suo dramma. Ci s'era messo attorno di lena. Ne aveva cavate le ragioni filosofiche dal profondo dell'anima, e lo andava scrivendo, stiamo per dire, con le sue lagrime.
Un capo comico suo conoscente, al quale egli si era aperto del suo disegno, lo aveva confortato a tirare innanzi, promettendogli che se il lavoro gli fosse andato a' versi, della qual cosa non era a dubitar punto, egli lo avrebbe pagato secondo il poter suo.
Per farla breve, il dramma di Lorenzo in due settimane fu condotto a termine, e soltanto gli mancavano alcune ripuliture qua e là.
L'Assereto aveva letto ed ammirato, ed era anche contento del titolo: __Una corona di spine__.
Ma non era altrimenti contento l'autore; o, per meglio dire, a volte partecipava al giudizio dell'amico, a volte pensava di aver fatto una sconciatura.