Allora ridiventava cupo ed uggioso; e l'ombra mortifera del suo umor nero intristiva tutt'intorno i germogli della speranza. Allora la gloria, l'amore, e tutto ciò che abbellisce la vita, gli si offeriva sotto le più tristi immagini, e lo assaliva come un arcano desiderio che quella rivolta preparata dagli amici suoi, della quale egli non si riprometteva nulla di bene, si facesse presto, affinchè una buona schioppettata lo mandasse là, dove tutto finisce, dove non si è seguitati da fastidiosi pensieri.
Lorenzo era in uno di que' momenti di sconforto, mentre, dopo aver dato l'ultima mano al suo dramma, si disponeva a mandare il manoscritto al capocomico.
Lo aveva suggellato in fretta, quasi per non averselo a vedere più oltre davanti agli occhi, e ci scriveva il ricapito sulla sopraccarta, per ispedirlo al banco delle Messaggerie.
—Perchè non lo date ad una compagnia che lo reciti qui in Genova?—gli chiese Maria, che lo aveva aiutato a legare e suggellare l'involto.—Mi avete pur detto che ce n'è una delle buone.
—Sì, ma non conosco affatto il capocomico. E poi, vedete, se il lavoro piacerà fuori, sarà meglio.
—Ah già! __Nemo propheta in patria__.
—Per l'appunto, ed io non voglio farne su me l'esperienza. Il Bonaldi, col quale ho una certa dimestichezza, mi ha scritto che se il dramma gli va a' versi, lo paga; e questo è l'essenziale. A Genova egli verrà sul finir dell'autunno, e allora lo udranno anche qui, se avrà meritato di stare nel __repertorio__.
—Oh ci starà, non dubitate!—disse Maria, rispondendo anzichè alle parole di Lorenzo, all'aria sfiduciata con cui le aveva proferite.—Avete un bel dire, voi, che al mondo non c'è più gentilezza di affetto. Io già non v'ho mai creduto, e dopo aver letto il vostro dramma vi credo anche meno. Però io sono sicura che piacerà, e farà piangere.
—Come v'ingannate. Maria!—esclamò Lorenzo, sorridendo amaramente.
—E perchè?