In questa cameretta, dove capiva a mala pena una tavola, sulle undici di sera, veniva a dar fondo una coppia di amici. Uno dei due era il nostro bravo Michele; l'altro, indovinate mo'! era il Garasso, il marito della signora Momina, dottoressa in cartomanzia, vestito con quella attillatura popolesca che arieggia il vestire della gente signorile, senza farsi lecito nè il cappello a staio, nè il soprabito di taglio più lungo, nè i panni di colore più fosco.
La grossa padrona fece da lontano un grazioso cenno del capo al Garasso; ed anche il tavoleggiante lo salutò, come si usa con le buone pratiche.
—Che cosa comanda!—chiese il giovinotto.—Ho da apparecchiare per due?
—Sicuramente, per due. Anzitutto del buon vino, e bada che non abbia ricevuto ancora il battesimo!
—La non dubiti;—rispose l'altro, mentre col lembo del suo tovagliuolo ripuliva il desco di tutte le briciole di pane e d'altri minuti rilievi che testimoniavano l'uso recente della tovaglia.—Ce ne abbiamo del Monferrato, venuto ieri, che risusciterebbe i morti.
—Pur che non sia da avvelenare i vivi, portalo subito!—soggiunse
Michele, andandosi ad impancare nell'angolo, con le spalle al muro.
—E che cosa vogliono mangiare?—chiese il tavoleggiante.
—Il meglio della mostra,—rispose il Bello,—se pure c'è qualche cosa che non sia dell'altra settimana.
—Oh, qui c'è tutto buono, signor Garasso; e tutto fresco di giornata.
—Sentiamo;—disse Michele,—leggici la Gazzetta dello stomaco.—