Michele chiamava con questo nome la lista dei cibi. Il tavoleggiante, che stava alla celia come i suoi pari, sciorinò i nomi di tutte le pietanze che c'erano, ed anche di quelle che già erano state smaltite.

—Basta, basta!—gridò il Bello,—finisci quella tua cantafèra, Bernardo. Io, se l'amico ci sta, ho già posto gli occhi su di un pollo arrosto e su d'un guazzetto di tartufi, tanto per aiutare a bere. Al resto penseremo poi. Che ve ne pare, amico Michele, parlo bene?

—Come un libro. La cena riuscirà un po' troppo copiosa; ma, alla più trista, è meglio cenar molto che non cenare affatto. Chi va a letto senza cena tutta notte si dimena.

—E non basta;—soggiunse, ridendo sgangheratamente, il Bello,—quando s'è ben dimenato, e' si ricorda che non ha cenato.

—Non la sapevo, quest'altra metà dell'__avverbio__!—rispose Michele, che incominciava a dirne delle sue.

—Sentiamo un po' questo vino!—disse il Bello, accostando il bicchiere alle labbra.

Il vino era buono, poichè, dopo averne mandato giù un centellino, egli fe' scoppiettare parecchie volte la lingua contro il palato; segno non dubbio del suo gradimento. Allora, percuotendo il suo bicchiere contro quello di Michele, disse con voce sommessa:

—Alla salute degli amici, e possa andar tutto bene!

—Bravo! alla salute degli amici!—ripetè Michele, e tracannò tutto d'un fiato.

—Mio caro Michele! Come sono contento di vedervi e di passare un'oretta con voi!