—Ed io? che vi pare?—rispose Michele.—Mi sembrava mille anni, sebbene ci siamo veduti stamane.

—Oh, così di passata!—si affrettò a dire il Garasso.—Ma che negozio era il vostro, da non lasciarvi venire a berne un bicchierino?

—Di mattina! che diamine?—rispose Michele.—Bisogna stare in gambe. Se il signor Lorenzo sapesse che comincio così per tempo a bere, mi manderebbe a quel paese; e ne avrebbe ragione, perbacco!

—Ma voi non siete mica un servitore!

—Oh, questo poi è verissimo. Sono un amico, anzi il cane di casa, e non c'è allegria nella quale il vecchio Michele non ci abbia la sua parte. Vecchio, del resto, così per dire; poichè Michele è appena sui quarantotto, e vuole aver mano ancora in molti negozi, prima di farsi mettere a riposo.

—E non istaremo già molto a menar le mani!—aggiunse il Bello.—Suvvia, Michele, il pollo è trinciato; assaggiate quest'ala. Il signor Salvani, del resto, è un ottimo giovanotto e merita che tutti gli vogliano bene come voi. Iersera si parlava appunto di lui, là dagli amici, e si diceva che se ce ne fosse una ventina di pari suoi a capitanarci, le cose andrebbero assai più spedite. Ci abbiamo in cambio certi sputatondo, i quali non vedono altro che malanni e si spaventano delle prime difficoltà. Costoro vorrebbero i pani a picce e le viti legate con le salsicce.

—Come nel paese di Cuccagna, non è vero?—gridò Michele.—Ma il signor Lorenzo non è di quella pasta; egli ci ha il sangue di suo padre nelle vene, e va innanzi badando agli ostacoli come io a questo bicchier di vino. Ma a proposito del signor Lorenzo, sapete che son venuto a chiedervi un servizio?

—Per il signor Salvani e per voi sono pronto a buttarmi nel fuoco. O siamo amici o non siamo. Voi pure saprete quel che vi ho detto una volta….

—Sì, mi avete detto che tra noi la era un'amicizia da Oreste, e…. aiutatemi a dire!

—Da Oreste e Pilade, ve lo ripeto, e sono sempre ai vostri comandi.